Soltanto la mattina seguente i discepoli constatarono il compimento della parola del loro Maestro: il era completamente seccato. La sorpresa fu totale, perché non avevano mai assistito a un segno simile. Il Messia Gesù colse allora l’occasione per insegnare la potenza della fede e l’importanza del perdono, un tema che Pietro sottolinea in modo particolare nella sua testimonianza trasmessa da Marco (Marco 11.20-26).
Marco riporta le domande di Pietro, benché non fosse presente alla scena; l’Apostolo, coautore del Vangelo, ricordava con precisione le proprie reazioni e soprattutto le risposte del Maestro. Matteo precisa che il seccò immediatamente, mentre Marco nota che i discepoli se ne accorsero solo il giorno dopo, probabilmente perché, la sera prima, l’oscurità nascondeva ancora l’effetto del giudizio (Matteo 21.18-22).
Come abbiamo già osservato, il Messia Gesù non compì mai miracoli al solo scopo di dimostrare la propria potenza. Essi hanno sempre un significato spirituale. Qui si tratta di una maledizione, il che ne fa un caso eccezionale. Il «monte» di cui parla Gesù designa verosimilmente il , che attraversavano ogni giorno venendo da Betania e da Betfage, «la casa dei », dove avevano preso in prestito l’asina e il suo puledro (Marco 11.1-3).
Al di là dell’insegnamento sulla fede e sul perdono, i discepoli non potevano non cogliere la portata simbolica: nelle Scritture, il rappresenta Israele (Osea 9.10, Gioele 1.7). Il disseccamento del evocava dunque il giudizio che sarebbe caduto sulla nazione, un avvertimento che si sarebbe compiuto circa quarant’anni dopo con la distruzione del Tempio e del paese e la caduta di Masada.
Eppure, quando tutto sarebbe stato distrutto, sarebbe rimasto ciò che il Messia Gesù mette in evidenza: la fede e il perdono.