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Le sette parole di Gesù sulla croce.

Questo articolo esamina le sette parole di Gesù sulla croce, esplorandone il significato teologico e l’inserimento nel piano divino di salvezza.

43 min Gesù Parole della Croce Redenzione 47 versetti 27 libri

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Introduzione

Lo studio della Passione di Cristo conduce a riconoscere che la morte di Gesù non è un evento subìto, ma un atto pienamente volontario e consapevole. Secondo la sua stessa testimonianza, egli offre liberamente la propria vita:

Giovanni 10.18 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho podestà di deporla e ho podestà di ripigliarla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio.

Questo dono supremo si inserisce nel disegno redentore di Dio, stabilito «prima della fondazione del mondo» (1 Pietro 1.20). Consegnandosi sulla croce per riscattare un’umanità perduta, Gesù compie letteralmente le Scritture e manifesta la fedeltà del Padre al suo piano di salvezza:

Giovanni 3.16-17 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.Infatti Iddio non ha mandato il suo Figliuolo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

La morte di Gesù non è dunque né frutto del caso né una sconfitta tragica. Corrisponde a un compimento profetico e salvifico, annunciato dai profeti e simboleggiato in tutto l’Antico Testamento. Ogni gesto, ogni parola e ogni istante della Passione si inseriscono in questa economia divina: la Scrittura non riferisce soltanto fatti storici, ma la rivelazione progressiva di un progetto senza tempo.

Tra le parole pronunciate da Gesù sulla croce, la tradizione cristiana ne distingue sette, note come «le sette parole di Cristo». Queste dichiarazioni brevi ma di eccezionale densità teologica esprimono la totalità del mistero della redenzione: il perdono offerto ai peccatori, la promessa della salvezza, la compassione filiale, la sofferenza redentrice, il compimento delle profezie e l’affidamento fiducioso dello spirito al Padre.

Il presente studio si propone di esaminare queste sette parole nella loro dimensione scritturale e teologica, mettendole in relazione con i testi dell’Antico Testamento, e più particolarmente con il Salmo 22. Questo salmo, spesso chiamato «il salmo del giusto sofferente», esprime in modo profetico l’esperienza dell’abbandono, della sofferenza e della vittoria finale del Messia. Costituisce una chiave ermeneutica essenziale per comprendere la portata spirituale e profetica delle parole di Gesù sulla croce.

Così, il nostro percorso cercherà di dimostrare che queste ultime parole non sono né fortuite né isolate, ma testimoniano una profonda coerenza tra l’Antica e la Nuova Alleanza. In Gesù crocifisso, la Parola ispirata trova il suo compimento, e il disegno del Padre si svela in tutta la sua pienezza redentrice.

I. Le sette parole di Gesù sulla croce

I racconti evangelici presentano la crocifissione di Cristo come il culmine della storia della salvezza. Al centro di questa scena, le sette parole pronunciate da Gesù costituiscono una testimonianza unica della sua coscienza messianica e della sua missione redentrice. Esse segnano, per così dire, il cammino spirituale della croce: dal perdono offerto ai suoi carnefici fino all’abbandono fiducioso nelle mani del Padre.

Queste parole, riferite dai quattro evangelisti, formano un insieme coerente benché frammentato nei testi. Riflettono la pienezza dell’amore divino manifestato nella sofferenza, ma anche il compimento delle profezie messianiche. Meditandole, si scopre una progressione teologica e spirituale: rivelano successivamente la misericordia del Figlio, la promessa della salvezza, la compassione, la profondità della sofferenza, la sete di compiere la Scrittura, la vittoria della salvezza e infine la pace perfetta del ritorno al Padre.

L’ordine tradizionale in cui la tradizione cristiana le raccoglie non è arbitrario: costruisce una vera catechesi della croce.

Così, la prima parola apre la Passione con il perdono; l’ultima la conclude con la fiducia. Tra le due, il Figlio attraversa l’abbandono, la sete e l’angoscia, senza mai rompere la comunione con il Padre. Queste parole intessono in sé stesse un discorso teologico completo, in cui si incontrano la giustizia e la misericordia, il dolore umano e la vittoria divina.

Prima di affrontarle singolarmente, conviene considerarle come un tutto: un’ultima testimonianza dell’amore redentore. In questa prospettiva, lo studio che segue analizzerà successivamente ogni parola, mostrandone il significato proprio, il legame con l’Antico Testamento — in particolare con il Salmo 22 — e il modo in cui partecipa all’unità del piano divino.

II. Elenco delle sette parole

Ecco l’elenco completo delle sette parole di Gesù sulla croce, così come viene tradizionalmente stabilito a partire dai quattro Vangeli. Sono presentate nell’ordine generalmente adottato dalla tradizione cristiana:

1. La parola del perdono

Luca 23.34 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E Gesù diceva: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Poi, fatte delle parti delle sue vesti, trassero a sorte.

Questa prima parola rivela la misericordia divina nel cuore della sofferenza. Gesù prega per i suoi carnefici e manifesta così la natura stessa della sua opera redentrice: il perdono offerto a coloro che lo hanno rifiutato.

2. La parola della promessa

Luca 23.43 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E Gesù gli disse: Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso.

Rivolta al malfattore pentito, questa parola proclama la gratuità della salvezza e la potenza immediata della grazia. La croce diventa il luogo del passaggio dalla morte alla vita.

3. La parola della relazione filiale

Giovanni 19.26-27 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Gesù dunque, vedendo sua madre e presso a lei il discepolo ch’egli amava, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio!Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.

Con questo gesto, Gesù affida a Maria il discepolo amato e, attraverso di lui, l’intera comunità dei credenti. Questa parola fonda simbolicamente la fraternità spirituale tra i discepoli di Cristo.

4. La parola dell’abbandono

Matteo 27.46 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: Elì, Elì, lamà sabactanì? cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Marco 15.34 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Ed all’ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Citazione diretta del Salmi 22.1, questo grido esprime al tempo stesso la profondità della sofferenza umana e il compimento delle Scritture. Lungi dall’essere disperazione, è una preghiera radicata nella fede del giusto sofferente.

5. La parola della sete

Giovanni 19.28 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché la Scrittura fosse adempiuta, disse: Ho sete.

Breve e struggente, questa parola sottolinea la vera umanità di Gesù e rimanda al compimento profetico: «La mia lingua si attacca al palato» (Salmi 22.15). Esprime al tempo stesso la sofferenza fisica e il desiderio spirituale di compiere la volontà di Dio.

6. La parola del compimento

Giovanni 19.30 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: E’ compiuto! E chinato il capo, rese lo spirito.

Questa dichiarazione solenne afferma il compimento dell’opera redentrice. Il piano di salvezza annunciato dai profeti raggiunge la sua pienezza: la missione del Figlio è compiuta, la vittoria sul peccato è sigillata.

7. La parola dell’affidamento nelle mani del Padre

Luca 23.46 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E Gesù, gridando con gran voce, disse: Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio. E detto questo spirò.

Ultima parola prima della morte, riprende il Salmi 31.6 ed esprime la fiducia assoluta del Figlio nel Padre. Dopo aver dato tutto, Gesù si abbandona totalmente a Colui che lo ha mandato.

III. La prima parola di Gesù sulla croce

Luca 23.34 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E Gesù diceva: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Poi, fatte delle parti delle sue vesti, trassero a sorte.

Ecco la prima parola pronunciata da Gesù sulla croce. Esprime immediatamente la dimensione salvifica e misericordiosa della sua morte. Gesù non risponde alla violenza con il lamento o la condanna; prega per coloro che lo crocifiggono, compiendo così la profezia del Servo sofferente:

Isaia 53.12 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino coi potenti, perché ha dato se stesso alla morte, ed è stato annoverato fra i trasgressori, perch’egli ha portato i peccati di molti, e ha interceduto per i trasgressori.

Il verbo greco aphiēmi («perdonare») sottolinea una remissione totale del debito, una cancellazione voluta e attiva. Implorando il perdono per i suoi carnefici, Gesù rivela la natura del Padre e la portata universale della sua missione:

Luca 19.10 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
poiché il Figliuol dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perito.

L’ignoranza che egli menziona non scusa la colpa, ma manifesta la compassione divina per l’umanità smarrita. Questa parola inaugura la croce come luogo del perdono e della riconciliazione, dove il crimine più ingiusto diventa lo spazio della salvezza universale.

IV. La seconda parola di Gesù sulla croce

Luca 23.43 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E Gesù gli disse: Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in paradiso.

La seconda parola attribuita a Gesù sulla croce occupa un posto centrale nel racconto della Passione. Pronunciata in risposta al malfattore pentito, rivela la grazia immediata della salvezza concessa a colui che pone la propria fede in Cristo.

Mentre tutto sembra perduto, Gesù afferma la sovranità del perdono divino: nessuno è troppo lontano per essere salvato. L’espressione «oggi» sottolinea l’urgenza e la certezza della liberazione; la salvezza non è rimandata a un futuro incerto, diventa presente nell’incontro con il Salvatore.

Nonostante il suo stato di sofferenza e di umiliazione, Gesù rimane attento a coloro che gli stanno intorno; nella sua compassione offre consolazione e speranza anche dalla croce, manifestando così che la sua natura divina non viene meno. Rimane pienamente il Figlio di Dio, signore della salvezza e fonte di vita.

Questa parola compie la promessa del profeta:

Abacuc 2.4 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Ecco, l’anima sua è gonfia, non è retta in lui; ma il giusto vivrà per la sua fede.

Conferma che la croce è la soglia del regno. Il condannato non è più definito dalla sua colpa, ma dalla fede che pone in Gesù. La presenza di Cristo trasforma il suo supplizio in speranza; dove la giustizia umana condanna, la misericordia divina apre il paradiso.

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V. La terza parola di Gesù sulla croce

Giovanni 19.26-27 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Gesù dunque, vedendo sua madre e presso a lei il discepolo ch’egli amava, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio!Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua.

La terza parola di Gesù sulla croce manifesta la tenerezza e la compassione del Figlio nel cuore stesso della sofferenza. Mentre agonizza, Gesù affida sua madre Maria al discepolo che amava, Giovanni secondo le nostre conclusioni, e reciprocamente, stabilendo tra loro un legame nuovo fondato non sulla carne, ma sulla fede e sull’amore. In questo atto inaugura simbolicamente la comunità dei credenti, una famiglia spirituale unita nella fedeltà a Cristo.

Nonostante l’intensità del dolore fisico e morale, Gesù rimane attento a coloro che gli stanno intorno: si preoccupa della sorte di sua madre e provvede alla sua consolazione. Il suo sguardo supera la croce; anche nel profondo della sua debolezza, agisce con maestà e autorità, confermando di rimanere il Figlio di Dio, padrone della situazione e artefice di un’opera d’amore.

Con queste parole, Gesù compie la profezia del Servo compassionevole (Isaia 53.4-5) e manifesta che la sua opera non si limita alla redenzione personale, ma fonda una comunità chiamata a vivere nella fraternità spirituale. Affidando sua madre al discepolo amato, Gesù crea un legame d’amore e di responsabilità reciproca tra i suoi discepoli; istituisce una nuova relazione umana nutrita dalla fede in lui. La scena illustra la nascita di una comunione spirituale attorno alla croce: là dove tutto sembra crollare, Gesù trasforma il dolore in dono e la morte in sorgente di vita condivisa.

La presenza del discepolo ai piedi del crocifisso rappresenterebbe, secondo un’interpretazione teologica solidamente fondata sulla tradizione, l’umanità credente che accoglie Maria, figura della Chiesa, e riceve per mezzo di lei la testimonianza della grazia. Anche qui la croce non è un luogo di abbandono, ma di comunione: Gesù trasforma il dolore in dono e la morte in nascita di un popolo nuovo.

VI. La quarta parola di Gesù sulla croce

Matteo 27.46 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E verso l’ora nona Gesù gridò con gran voce: Elì, Elì, lamà sabactanì? cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Marco 15.34 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Ed all’ora nona, Gesù gridò con gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactanì? il che, interpretato, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

La quarta parola di Gesù sulla croce è al tempo stesso la più sconvolgente e la più profondamente teologica. Con questo grido, Gesù esprime la realtà della sofferenza umana portata all’estremo, compiendo nel contempo le Scritture.

Egli cita il primo versetto del Salmi 22.1, preghiera del giusto perseguitato che attraversa la prova nella fedeltà a Dio. Lungi dall’essere un grido di disperazione, questa parola costituisce una vera confessione di fede: nel dolore dell’abbandono, Gesù continua a chiamare Dio «mio» Dio, segno di una relazione intatta nonostante la prova.

Inchiodato alla croce, carico del peccato del mondo (2 Corinzi 5.21, Isaia 53.6), Gesù avverte la separazione che il peccato provoca tra Dio e l’umanità. Assume pienamente questa rottura per vincerla. Il silenzio del Padre non indica un’assenza, ma il compimento del mistero della redenzione: il Figlio entra fin nella notte della condizione umana per liberarne l’uomo.

Così, nel cuore di questo grido si rivela il paradosso della fede cristiana: il momento di apparente abbandono diventa quello della vittoria dell’amore. Il Salmi 22.1, di cui Gesù riprende le prime parole, si conclude in lode ed esultanza:

Salmi 22.23-32 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
O voi che temete l’Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d’Israele, abbiate timor di lui!Poich’egli non ha sprezzata né disdegnata l’afflizione dell’afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quand’ha gridato a lui, ei l’ha esaudito.Tu sei l’argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l’Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo.Tutte le estremità della terra si ricorderan dell’Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto.Poiché all’Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni.Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non possono mantenersi in vita s’inchineranno dinanzi a lui.La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione.Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.

Allo stesso modo, la Passione conduce alla risurrezione. Anche nella sofferenza estrema, Gesù rimane Figlio di Dio: porta il silenzio del Padre come ultimo atto di obbedienza, trasformando l’angoscia in vittoria e l’abbandono in comunione perfetta.

VII. La quinta parola di Gesù sulla croce

Giovanni 19.28 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era già compiuta, affinché la Scrittura fosse adempiuta, disse: Ho sete.

La quinta parola di Gesù sulla croce rivela al tempo stesso l’intensità della sua sofferenza umana e la pienezza della sua obbedienza al disegno del Padre. L’evangelista Giovanni sottolinea che pronuncia queste parole «affinché si compisse la Scrittura», evidente richiamo ai Salmi:

Salmi 22.15 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Il mio vigore s’inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s’attacca al palato; tu m’hai posto nella polvere della morte.

Salmi 69.22 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Sia la mensa, che sta loro dinanzi, un laccio per essi; e, quando si credon sicuri, sia per loro un tranello!

Così, fin nella sua agonia, Gesù agisce in totale conformità con le Scritture.

Questa parola semplice, quasi disarmata, attesta la piena realtà della sua incarnazione. Il Figlio di Dio non sfugge alla sete del suppliziato: condivide interamente la condizione umana fino all’esaurimento fisico.

Ma al di là del bisogno corporale, questa sete esprime anche una sete spirituale: quella del compimento della missione, della salvezza degli uomini e della comunione ritrovata con i suoi. Gesù aveva già detto:

Giovanni 4.34 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Gesù disse loro: Il mio cibo è di far la volontà di Colui che mi ha mandato, e di compiere l’opera sua.

Ora, la sua sete segna il compimento di questa obbedienza.

Anche nella sofferenza estrema, rimane il Signore sovrano della salvezza: è lui che sceglie il momento di pronunciare queste parole e di «bere il calice» fino in fondo (Matteo 26.39). Con questa breve parola unisce la debolezza umana e la potenza divina; fa del proprio esaurimento il segno supremo dell’amore redentore. Gesù, assetato sulla croce, manifesta la sete di Dio per l’umanità perduta e apre la via al compimento totale della salvezza.

VIII. La sesta parola di Gesù sulla croce

Giovanni 19.30 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E quando Gesù ebbe preso l’aceto, disse: E’ compiuto! E chinato il capo, rese lo spirito.

La sesta parola di Gesù sulla croce risuona come il culmine della storia della salvezza. L’espressione greca tetelestai, tradotta con «Tutto è compiuto», significa letteralmente «tutto è terminato, interamente realizzato». Non è un grido di sconfitta, ma la proclamazione di una vittoria totale: l’opera affidata al Figlio dal Padre è ormai pienamente compiuta. Ogni profezia ha trovato il suo compimento, ogni esigenza della giustizia divina è stata soddisfatta, e la redenzione dell’umanità è resa possibile.

Questa parola chiude simbolicamente la missione per la quale Gesù è venuto nel mondo:

Giovanni 4.34 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Gesù disse loro: Il mio cibo è di far la volontà di Colui che mi ha mandato, e di compiere l’opera sua.

Esprime la perfetta consapevolezza che il Figlio conserva dell’unità tra la sua volontà e quella del Padre. Con questa dichiarazione, Gesù afferma che nulla è rimasto incompiuto: il debito del peccato è pagato, la promessa della salvezza è sigillata.
Sul piano spirituale, «Tutto è compiuto» segna il passaggio dal ministero terreno di Gesù alla pienezza della sua opera redentrice. Là dove Adamo aveva fallito (Romani 5.19), Cristo, obbediente fino alla morte, compie interamente il piano divino. Anche nella debolezza della croce, rimane il Figlio sovrano, padrone della sua missione e vincitore del male.

Questa parola, breve e solenne, annuncia il ripristino della comunione tra Dio e gli uomini. La croce diventa così il segno non di una fine, ma del compimento perfetto dell’amore divino.

IX. La settima parola di Gesù sulla croce

Luca 23.46 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E Gesù, gridando con gran voce, disse: Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio. E detto questo spirò.

La settima e ultima parola di Gesù sulla croce chiude la sua opera redentrice in una pace sovrana e in una fiducia assoluta. Citando il Salmi 31.6, Gesù esprime una preghiera nota al popolo d’Israele, spesso recitata prima del riposo notturno. Con queste parole non pronuncia un grido di disperazione, ma una confessione di fede e un affidamento totale di sé alla volontà del Padre. Dopo aver compiuto tutto, consegna volontariamente il suo spirito, non alla morte, ma a Dio.

Questa parola manifesta l’ultima armonia tra il Figlio e il Padre. Mentre tutto sembra annientarsi, Gesù afferma la sua sovranità: muore liberamente, padrone del momento e del senso della sua morte (Giovanni 10.17-18). Lungi dall’essere una capitolazione, la sua ultima parola è un atto di obbedienza e di amore, con cui depone la vita che aveva ricevuto per salvarla per gli altri.

Rimettendo il suo spirito nelle mani del Padre, Gesù inaugura un’era nuova: quella di un’umanità riconciliata con Dio. La croce diventa il luogo in cui la fiducia trionfa sul timore, in cui la fedeltà supera la sofferenza. Anche nell’agonia rimane pienamente il Figlio di Dio; il suo riposo nel Padre apre la via della risurrezione e della vita eterna. Così si conclude la testimonianza del Cristo crocifisso: il suo ultimo respiro è una preghiera, e la sua morte una vittoria.

Commento

Ecco l’elenco completo delle sette parole di Gesù sulla croce, con gli evangelisti che le riferiscono:

Ordine tradizionaleTesto della parolaRiferimenti bibliciEvangelista/i
1«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno.»(Luca 23.34)Luca
2«In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso.»(Luca 23.43)Luca
3«Donna, ecco tuo figlio! … Ecco tua madre.»(Giovanni 19.26-27)Giovanni
4«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»(Matteo 27.46; Marco 15.34)Matteo e Marco
5«Ho sete.»(Giovanni 19.28)Giovanni
6«Tutto è compiuto.»(Giovanni 19.30)Giovanni
7«Padre, nelle tue mani affido il mio spirito.»(Luca 23.46)Luca

Gli evangelisti non riferiscono tutti le stesse parole di Gesù sulla croce, perché ognuno scrive in una prospettiva teologica particolare. Queste differenze non indicano una divergenza di significato, ma una complementarità nella comprensione del mistero della Passione.

Luca riferisce tre parole: la prima (Luca 23.34), la seconda (Luca 23.43) e la settima (Luca 23.46). Formano una progressione spirituale che mette in risalto la misericordia, la grazia e la fiducia. Luca, fedele alla sua teologia della compassione divina, mostra Gesù che esercita il perdono verso i suoi carnefici, promette la salvezza immediata al malfattore pentito e poi consegna il suo spirito nelle mani del Padre. Presso di lui, la croce diventa il luogo per eccellenza della grazia offerta a tutti. Gesù appare come il Giusto misericordioso, perfettamente fedele alla volontà del Padre e portatore di salvezza per i peccatori.

Giovanni riferisce altre tre parole: la terza (Giovanni 19.26-27), la quinta (Giovanni 19.28) e la sesta (Giovanni 19.30). L’evangelista conferisce alla croce una dimensione di gloria e di compimento. Gesù vi rimane sovrano fino nella morte: si prende cura dei suoi affidando sua madre al discepolo, manifesta la sua vera umanità nella sete, poi proclama il compimento perfetto dell’opera della salvezza. In Giovanni, la croce non è il luogo della sconfitta, ma quello della rivelazione del Figlio glorificato, in cui si svela l’amore assoluto di Dio e il dominio totale di Cristo sul suo destino.

Infine, Matteo (Matteo 27.46) e Marco (Marco 15.34) riferiscono la stessa parola: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», il grido di abbandono tratto dal Salmo 22. Questo grido costituisce il cuore del mistero redentore: esprime la profondità della sofferenza umana assunta da Cristo, ma anche l’incrollabile fedeltà del Figlio al Padre nell’oscurità. Concentrando il loro racconto su questa unica parola, Matteo e Marco sottolineano la realtà del sacrificio, la verità dell’incarnazione e la comunione di Cristo con l’umanità decaduta.

Così, i quattro Vangeli, presi insieme, offrono una visione completa del mistero della croce. Luca rivela la misericordia attiva del Salvatore, Giovanni ne mostra la gloria e il compimento, mentre Matteo e Marco ne svelano la profondità salvifica nel grido di abbandono. Le sette parole, provenienti da queste diverse prospettive, si uniscono per comporre la sinfonia completa della salvezza: il perdono, la promessa, la compassione, la sofferenza, il compimento e la fiducia finale del Figlio di Dio consegnato per il mondo.

Conclusione

Lo studio delle sette parole di Gesù sulla croce mette in evidenza che solo la sintesi dei quattro Vangeli permette di cogliere la pienezza del mistero della Passione. Nessun evangelista, da solo, riferisce l’insieme delle parole; ciascuno, ispirato dallo Spirito, sceglie le parole di Cristo che meglio servono al proprio intento teologico e pastorale. Così, i racconti evangelici non si ripetono: si completano armoniosamente. Matteo presenta il Cristo promesso, compimento delle Scritture; Marco rivela il Cristo sofferente, Servo obbediente fino alla morte; Luca manifesta il Cristo misericordioso, Salvatore universale; Giovanni contempla il Cristo glorificato, Verbo divino trionfante nell’amore. Insieme offrono le quattro prospettive convergenti di uno stesso Salvatore, al tempo stesso uomo sofferente e Figlio di Dio.

Attraverso queste parole ultime, Gesù rimane pienamente il centro del disegno redentore del Padre. La sua morte non è né un incidente né un fallimento: si inserisce nel compimento della rivelazione biblica. Lo stretto legame tra le sue parole e il Salmo 22 conferma la continuità tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Questo salmo, che comincia nell’angoscia e termina nella lode, trova sulla croce il suo pieno compimento: la preghiera del giusto sofferente diventa la proclamazione della salvezza universale.

Così, la croce non è soltanto il luogo della sofferenza, ma quello della rivelazione perfetta dell’amore di Dio. In ciascuna delle sue parole, Gesù manifesta una dimensione essenziale della salvezza: il perdono, la promessa, la compassione, la sofferenza redentrice, il compimento, la vittoria e la fiducia filiale. L’unità di queste parole compone la teologia vivente della redenzione: in esse si incontrano l’umanità di Gesù, la sua obbedienza perfetta e la gloria del Figlio di Dio manifestata al mondo.