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Edificherò la mia Chiesa

Questo articolo analizza le implicazioni teologiche del brano di Matteo 16.17-19, in cui Gesù parla della «mia Chiesa». Esplora il ruolo di Pietro come chiave per comprendere l’autorità ecclesiale nel contesto neotestamentario, sottolineando al tempo stesso che l’autorità suprema è quella di Cristo.

35 min Chiesa Pietro autorità Matteo 16 esegesi 37 versetti 11 libri

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Introduzione

In Matteo 16.17-19, il Messia Gesù pronuncia per la prima volta l’espressione «la mia Chiesa» (ekklesia) e associa Pietro a diverse immagini importanti: la roccia, le chiavi del regno dei cieli e il potere di «legare» e di «sciogliere». Questo brano costituisce uno dei testi più dibattuti dell’esegesi neotestamentaria a causa delle sue importanti implicazioni ecclesiologiche e dottrinali.

Lo scopo di questo studio è precisamente definire con rigore il ruolo attribuito a Pietro in questo brano e comprendere meglio la portata esatta delle parole pronunciate da Gesù. Non si tratta né di sminuire l’importanza di Pietro agli inizi della Chiesa primitiva, né di attribuire al testo affermazioni che non formula esplicitamente. Un’analisi attenta del contesto immediato, del vocabolario impiegato e dell’insieme della testimonianza neotestamentaria appare quindi necessaria per collocare queste dichiarazioni nel loro quadro storico e teologico.

Lo studio delle Scritture mostra che Pietro occupa effettivamente una funzione importante nei primi sviluppi del cristianesimo, in particolare nell’annuncio iniziale del Vangelo e nell’apertura del Regno ai Giudei e poi alle nazioni (Atti 2.14-41 ; Atti 10.34-48). Tuttavia, il Nuovo Testamento afferma parallelamente che l’autorità suprema rimane quella di Cristo, presentato come la e il capo della Chiesa (Efesini 2.20 ; Colossesi 1.18). L’autorità affidata a Pietro appare così reale ma derivata, esercitata nel quadro della missione apostolica e in accordo con la volontà divina.

I. Il testo di Matteo

Ecco il testo completo. Né Marco, né Luca, né Giovanni riportano queste parole del Maestro.

In questo brano, Gesù si congratula con Pietro per aver riconosciuto la sua vera identità:

Matteo 16.16 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Tu sei il Cristo, il Figliuol dell’Iddio vivente.

Attribuisce questa rivelazione a una fonte divina piuttosto che a una comprensione umana. Poi il Messia Gesù dichiara:

Matteo 16.18 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
E io altresì ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere.

Gli conferisce un’autorità particolare offrendogli «le chiavi del regno dei cieli», con il potere di legare e di sciogliere sulla terra e in cielo.

Matteo 16.19 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato ne’ cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto ne’ cieli.

Questo testo è interpretato in vari modi dagli esegeti, ed è necessario riconoscere che la sua spiegazione resta complessa. Di conseguenza, uno studio approfondito di queste parole del Maestro e del contesto in cui furono pronunciate è indispensabile per comprendere le intenzioni del Messia Gesù.

II. Esaminiamo ora Matteo 16.17

Pietro aveva appena risposto alla domanda del Messia Gesù:

Ed ecco la sua risposta:

Pietro prende la parola, come accade spesso. Tuttavia, le sue parole riflettono la posizione del gruppo o solo la sua opinione personale? Alla luce della risposta del Maestro, sembra più probabile che Pietro abbia beneficiato di una rivelazione personale, che è stata senza dubbio approvata dagli altri discepoli.

Ci troviamo dunque in un contesto particolare in cui la comprensione dei discepoli è illuminata sotto l’influsso divino. Questo richiama il principio del cieco di (vedi la pericope PER187 : Il cieco di Betsaida) che ritrovò la vista in due tappe. In questo momento, i discepoli compiono insieme un passo significativo. Riescono a esprimere chiaramente i loro pensieri. È Pietro che avvia questo cammino.

Un dettaglio nella risposta del Maestro è notevole. Chiama Pietro con il suo nome di nascita, Simone, anziché con il nome che gli aveva dato (Giovanni 1.42). Inoltre, apprendiamo che il padre di Simone si chiamava Giona.

III. Esaminiamo ora Matteo 16.18

Abbiamo menzionato in precedenza che il Messia Gesù aveva usato l’antico nome di Pietro, Simone. Ora usa il suo nuovo nome, Cefa in aramaico, che si traduce Pietro.

In Matteo 16.17, il Messia Gesù usa il nome Simone per ricordare l’identità originaria di Pietro prima della sua missione apostolica. Chiamandolo Simone, figlio di Giona, indica che questa rivelazione non proviene dalla sua eredità umana, ma da Dio.

Poi, in Matteo 16.18, il Messia Gesù usa il nome Pietro (Petros in greco), che significa roccia, per segnare una svolta nel suo ruolo. Questo simboleggia la missione che il Messia affida a Pietro: essere un fondamento per la Chiesa. Questo metodo è comune nella Bibbia, dove un accompagna spesso una trasformazione spirituale (per esempio, Abramo che diventa Abraamo in Genesi 17.5, o Giacobbe che diventa Israele in Genesi 32.27 e Genesi 35.10).

Nella traduzione , il termine Pietro è distinto dal termine roccia.

Esiste infatti una differenza notevole nel greco originale del versetto Matteo 16.18 tra i termini Pietro e roccia.

Pietro è tradotto dal greco «Petros» (Πέτρος), che designa una pietra o un sasso, spesso interpretato come una pietra mobile o staccata.

Roccia è tradotto dal greco «Petra» (πέτρα), che designa una roccia massiccia, un fondamento solido e immutabile.

È dunque possibile considerare che la Chiesa poggi su un fondamento solido. Tuttavia, questo fondamento non è Pietro, che rappresenta solo una piccola parte dell’insieme. Pietro contribuisce alla costruzione della Chiesa, senza esserne il pilastro principale.

Secondo la nostra conclusione, il Vangelo di Matteo, destinato prioritariamente a un pubblico ebraico, sarebbe stato redatto dapprima in aramaico e poi tradotto in greco, forse dallo stesso Matteo. In aramaico, un gioco di parole si percepisce nettamente, ma in greco si sfuma.

Restituita in aramaico, l’espressione suonerebbe così: «Tu sei Kefa, e su questa kefa edificherò la mia Chiesa.» Lo stesso termine (kefa) designa sia il nome dato a Simone sia la «roccia». Si tratta dunque di un gioco di parole unitario: il nome proprio e l’immagine del fondamento si rispondono senza sfumatura distinta.

Questo sottotesto aramaico (Kefa/kefa) mostra che Gesù fa coincidere volontariamente il nome di Pietro e l’immagine della roccia. Associa Pietro al fondamento, non come fondamento ultimo — che rimane Cristo — ma come strumento inaugurale al servizio del vero fondamento: la confessione che Gesù è il Messia, il Figlio di Dio. 1 Pietro 2.6-8 Efesini 2.20-22

La seconda parte di questo versetto indica che la Chiesa fondata da Gesù non sarà sconfitta dalla morte né dalle forze del male. Ecco alcuni elementi di spiegazione:

«Il regno dei morti» (Ades in greco) si riferisce al regno dei morti, spesso interpretato come simbolo del potere della morte o delle forze del male.

«Le porte» simboleggiano l’autorità e il potere. Nell’Antichità, le porte di una città rappresentavano il suo governo e la sua forza. Il Messia Gesù è la porta (Giovanni 10.9)

«Non prevarranno» significa che la Chiesa resterà vittoriosa nonostante gli attacchi del male e le prove.

La predizione del Maestro si è realizzata e continua a realizzarsi; la Chiesa è frequentemente bersaglio di attacchi, ma rimane resiliente e non vacilla. Il termine Chiesa non designa un movimento religioso.

In Matteo 16.18, la parola greca tradotta con «Chiesa» è ἐκκλησία (ekklesia). Questo termine è composto da «ek» (fuori da) e «klesis» (chiamata), il che significa letteralmente «coloro che sono chiamati fuori». All’epoca, ekklesia designava un’assemblea o un raduno di cittadini. Nel contesto cristiano, si riferisce alla comunità dei credenti riuniti in Cristo.

Questo termine non può in alcun caso essere associato soltanto a un movimento religioso, anche se questo ne fa parte.

IV. Esaminiamo ora Matteo 16.19

Osserviamo che la stessa formulazione compare più avanti nel testo, ma questa volta rivolta a tutti i discepoli e non esclusivamente a Pietro. Va notato che la parte riguardante le chiavi del regno non viene ripresa esplicitamente.

Tuttavia, Giovanni tratta il problema di riprendere un membro in colpa e perfino di escluderlo dalla Chiesa se persiste nel suo errore, il che potrebbe corrispondere all’idea di dare le chiavi del regno.

Il versetto di Matteo 16.19 è notevole perché sembra conferire a Pietro un’autorità particolare. Questa dichiarazione, presente anche in Matteo 18.1, indica il concetto di un’autorità spirituale concessa dal Messia Gesù ai suoi discepoli. Così, è ragionevole concludere che questa autorità è concessa a ogni discepolo e non solo a Pietro, come potrebbe far pensare una lettura isolata di Matteo 16.19.

Ecco qualche spiegazione:

_ Legare e sciogliere : Nella tradizione ebraica, questi termini erano usati dai rabbini per designare l’autorità di vietare o permettere certe pratiche. Gesù applica questo principio alla Chiesa, conferendole una responsabilità dottrinale e disciplinare.

_ Un’azione in accordo con il cielo : La formulazione «sarà legato nei cieli» suggerisce che le decisioni prese sulla terra devono essere in armonia con la volontà divina. Non è l’uomo che detta a Dio, ma la Chiesa che agisce in accordo con ciò che è già stabilito in cielo.

_ Applicazione pratica: Questo potere riguarda in particolare l’insegnamento, la disciplina ecclesiastica e il perdono dei peccati (vedi Giovanni 20.23).

Affronteremo più avanti l’analisi del testo di Giovanni 20.23.

Per quanto riguarda il concetto delle chiavi del regno, è essenziale comprendere che non è concepibile che un individuo abbia la capacità di determinare la salvezza o la perdizione di una persona per l’eternità. Questa prerogativa è riservata esclusivamente al Messia Gesù. Il ruolo e il potere dell’uomo, in particolare del discepolo, si limitano a ratificare le decisioni del cielo.

Questa affermazione è biblicamente valida?

Solo il Messia Gesù può salvare una persona

In questo contesto, è pertinente chiedersi perché il Messia Gesù annunci a Pietro che gli darà le chiavi del regno dei cieli. Va notato che il verbo impiegato è al futuro, il che indica che questo potere non è presente ma sarà conferito in seguito. Questa dichiarazione può essere messa in relazione con il passo dell’apostolo Paolo:

L’apostolo Paolo ricorda ai credenti che i santi saranno chiamati a giudicare il mondo e li incoraggia a risolvere le loro controversie tra di loro piuttosto che ricorrere a tribunali esterni. Di conseguenza, è possibile considerare in modo analogo questo dono delle chiavi del regno e questo giudizio.

Il profeta Isaia 22.22 parla di un uomo onorevole, Eliachim, a cui saranno consegnate le chiavi della casa di Davide.

Questa chiave simboleggia l’autorità e il potere di aprire e chiudere porte in modo definitivo. Nel contesto immediato del capitolo, si tratta di Eliachim, un servo fedele che sostituisce Sebna come maggiordomo del palazzo reale.

Questo versetto è interpretato anche come una profezia messianica, che si riferisce al Messia Gesù, che detiene le chiavi del Regno dei cieli e la cui autorità è confermata in Apocalisse 3.7.

Eppure si tratta proprio di Dio che dà le chiavi a degli uomini, a dei discepoli. In effetti possiamo comprendere che il discepolo esercita una funzione di ministro o ambasciatore del Messia Gesù e di conseguenza lo rappresenta e ne difende gli interessi.

Potremmo dire che il discepolo, nel suo ruolo di ambasciatore, applica né più né meno le direttive di Dio.

V. Le parole di Giovanni 20.23

Abbiamo stabilito che l’autorità umana, in particolare quella dei discepoli, si limita a ratificare le decisioni celesti. Nessun individuo ha la capacità di perdonare o di trattenere i peccati dei suoi simili; questo potere è riservato esclusivamente a Dio.

Di conseguenza, è possibile affermare che il Messia Gesù affida ai suoi discepoli la missione di proclamare il Vangelo, che include l’annuncio del perdono dei peccati per coloro che credono. Il loro ruolo consiste dunque nel dichiarare questo perdono, e non nel concederlo direttamente. Alcuni teologi indicano che questo versetto è in relazione con la predicazione e l’appello al pentimento.

In questo contesto, qual è l’opinione appropriata riguardo all’assoluzione sacerdotale praticata dai sacerdoti della Chiesa cattolica?

L’assoluzione sacerdotale è il perdono dei peccati concesso da un sacerdote nell’ambito del sacramento della riconciliazione. Secondo la dottrina cattolica, solo un sacerdote ordinato ha ricevuto l’autorità di perdonare i peccati a nome di Cristo. Questo perdono è dato dopo la confessione delle colpe e un atto di sincera contrizione.

L’assoluzione è un atto spirituale in cui il sacerdote «scioglie» il penitente dai suoi peccati, in applicazione delle parole di Gesù ai suoi discepoli: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Giovanni 20.23). La formula di assoluzione pronunciata dal sacerdote invoca la misericordia divina e la riconciliazione con Dio.

Nessuna persona, che sia pastore, sacerdote o altro, detiene il potere di perdonare i peccati altrui. Può soltanto, sulla base dell’esperienza e della testimonianza dell’individuo interessato, confermare che i suoi peccati sono perdonati da Dio.

VI. L’interpretazione cattolica

Secondo la Chiesa cattolica, Pietro è considerato il primo Papa, il che gli conferisce un’importanza significativa in questa tradizione religiosa. Di conseguenza, Pietro sarebbe visto come il primo capo della Chiesa.

Tuttavia, secondo la Bibbia, Gesù è il capo della Chiesa. Diversi passi del Nuovo Testamento sostengono questa interpretazione:

Questi versetti illustrano che la Chiesa è paragonata a un corpo di cui il Messia Gesù è il capo, il che significa che egli ne è l’autorità suprema e la guida spirituale.

Nella dottrina cattolica, il Messia Gesù è considerato il capo supremo della Chiesa in quanto fondatore e capo spirituale. Il papa, in quanto successore dell’apostolo Pietro a cui Gesù avrebbe affidato la missione di guidare la Chiesa, è percepito come il suo rappresentante sulla terra.

Il papa esercita un primato sulla Chiesa cattolica e svolge un ruolo di guida spirituale, garantendo l’unità dottrinale e pastorale dei fedeli. È anche il capo del Collegio dei vescovi, incaricato della trasmissione della fede e del governo della Chiesa cattolica.

Così, nella teologia cattolica, il Messia Gesù è visto come il capo divino, mentre il papa è il suo vicario, responsabile di guidare la Chiesa cattolica sulla terra.

È un fatto che i protestanti non riconoscono l’autorità del papa e considerano che l’unico capo della Chiesa sia Gesù Cristo. Secondo la loro interpretazione, sostengono che Pietro non ha ricevuto un potere esclusivo ed eccezionale, ma che questa autorità è condivisa da tutti i discepoli, in conformità con i diversi versetti citati in precedenza.

VII. I fondamenti della Chiesa

È pertinente esaminare nella Bibbia il principio dell’edificazione della Chiesa, che è costruita su una roccia. Ecco alcuni riferimenti notevoli:

In questo contesto, la Chiesa è descritta come fondata sugli apostoli e sui profeti, con Gesù il Messia come .

Questo brano sottolinea che la vera roccia o fondamento è incarnata dal Messia Gesù stesso, come indicato in Deuteronomio 32.4 e Isaia 26.4.

Pietro indica che i credenti sono visti come pietre viventi nella struttura spirituale. Non si pone come fondamento particolare.

Vari esegeti biblici interpretano Matteo 16.18 come un riconoscimento del ruolo specifico di Pietro all’interno della Chiesa, mentre altri sostengono che il termine «roccia» si riferisca principalmente a Gesù Cristo. Alla luce dei versetti citati, appare che Pietro non rivendichi alcuna posizione particolare all’interno della Chiesa. Al contrario, riconosce la preminenza del Messia Gesù, considerato l’unica vera roccia.

Conclusione

L’analisi di Matteo 16.17-19 mette in evidenza l’importanza particolare accordata a Pietro agli inizi della Chiesa primitiva. La sua confessione di fede — «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Matteo 16.16) — costituisce un momento determinante del racconto evangelico e segna una tappa importante nella rivelazione progressiva dell’identità messianica di Gesù. Il libro degli Atti conferma poi il posto preminente di Pietro nelle prime fasi dell’espansione del cristianesimo nascente, in particolare alla Pentecoste (Atti 2.14-41) e nell’apertura del Vangelo ai non Giudei (Atti 10.34-48).

Tuttavia, l’esame dei dati neotestamentari porta a distinguere il ruolo storico e spirituale di Pietro dagli sviluppi istituzionali successivi relativi al papato. Infatti, nessun testo biblico afferma esplicitamente che Pietro abbia esercitato una giurisdizione universale e permanente sull’insieme della Chiesa, né che una successione pontificia sia stata stabilita come principio dottrinale obbligatorio. Una tale lettura poggia principalmente su una costruzione teologica ed ecclesiologica elaborata progressivamente nel corso della storia cristiana, piuttosto che su una formulazione esplicita delle Scritture.

Inoltre, il Nuovo Testamento sottolinea in modo ricorrente che il fondamento ultimo della Chiesa rimane il Messia Gesù stesso (1 Corinzi 3.11). Gli apostoli appaiono collettivamente come i testimoni fondatori della fede cristiana (Efesini 2.20), mentre Pietro si presenta lui stesso come «anziano con loro» piuttosto che come capo supremo della Chiesa universale (1 Pietro 5.1-3). Allo stesso modo, il racconto del concilio di Gerusalemme (Atti 15.13-22) mostra una direzione collegiale in cui diversi responsabili intervengono nel discernimento dottrinale, con Giacomo che occupa anch’egli una posizione determinante nella conclusione dell’assemblea (Atti 15.13-19).

Così, i testi biblici permettono di riconoscere a Pietro una funzione importante nella storia delle origini cristiane senza imporre necessariamente la sua identificazione con il primo papa nel senso istituzionale e dottrinale sviluppato in seguito. Questa distinzione appare essenziale per differenziare ciò che appartiene esplicitamente ai dati scritturali da ciò che deriva da interpretazioni teologiche posteriori.