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Le aggiunte greche di Daniele 3: la preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani

Dans le texte araméen de Daniel, le récit passe directement de Daniel 3.23 à Daniel 3.24. Les trois hommes tombent liés au milieu de la…

18 min 9 versetti 1 libro

1. Una differenza importante tra le tradizioni testuali

Nel testo aramaico di Daniele, il racconto passa direttamente da Daniele 3.23 a Daniele 3.24.

I tre uomini cadono legati in mezzo alla fornace ardente. Il racconto prosegue subito con la reazione di Nabucodonosor, che si alza di scatto e chiede ai suoi consiglieri se non siano stati gettati nel fuoco soltanto tre uomini.

Le antiche versioni greche comportano tra questi due momenti una lunga sezione supplementare.

Questa aggiunta rallenta considerevolmente il racconto e dà accesso a ciò che accade nella fornace prima che Nabucodonosor scorga i quattro personaggi.

2. Le tre grandi parti dell’aggiunta

L’insieme può essere diviso in tre parti principali.

La prima è la preghiera di Azaria.

La seconda descrive più esplicitamente la protezione divina nella fornace.

La terza è il cantico dei tre giovani, talvolta chiamato «Cantico dei tre fanciulli».

Questi elementi sviluppano teologicamente il racconto senza modificarne l’esito fondamentale: i tre Giudei sono condannati, Dio interviene ed essi escono illesi.

3. Azaria è Abed-Nego

Il nome di Azaria può dare l’impressione che nella fornace compaia un personaggio in più.

In realtà è il nome ebraico di Abed-Nego.

Daniele 1.6 presenta i quattro giovani Giudei con i loro nomi d’origine:

Daniele;

Anania;

Misaele;

Azaria.

Il capo degli eunuchi attribuisce loro in seguito nomi babilonesi:

Daniele diventa Beltsazar;

Anania diventa Sadrac;

Misaele diventa Mesac;

Azaria diventa Abed-Nego (Daniele 1.7).

La «preghiera di Azaria» è dunque la preghiera del personaggio che Daniele 3 chiama generalmente Abed-Nego.

L’uso del suo nome giudaico è teologicamente significativo: in mezzo alla fornace, il testo greco ricolloca il giovane nella sua identità di israelita davanti a Dio.

4. La preghiera di Azaria

La prima parte dell’aggiunta presenta Azaria in piedi in mezzo al fuoco, in preghiera davanti a Dio.

La sua preghiera non chiede subito la distruzione di Nabucodonosor.

Comincia riconoscendo la giustizia di Dio.

Azaria confessa le colpe del popolo e interpreta le sventure d’Israele alla luce della sua infedeltà all’alleanza.

Questa prospettiva inserisce la prova dei tre uomini nella storia più vasta dell’esilio.

Babilonia non è più soltanto il luogo della loro persecuzione individuale. È anche il luogo in cui Israele subisce le conseguenze storiche della sua infedeltà.

5. Una teologia dell’esilio

La preghiera sviluppa così un tema che appartiene profondamente alla teologia biblica dell’esilio.

La distruzione di Gerusalemme e la dominazione straniera non sono presentate come la prova dell’impotenza del Dio d’Israele.

Sono intese come un giudizio permesso da Dio.

Questa interpretazione si ricollega in particolare agli avvertimenti di Deuteronomio 28 e alla teologia sviluppata nei libri dei Re e di Geremia.

La preghiera trasforma dunque la fornace in luogo di confessione nazionale.

Azaria soffre personalmente, ma prega come membro del popolo dell’alleanza.

6. L’assenza del Tempio e dei sacrifici

Uno dei temi più importanti della preghiera riguarda la scomparsa delle istituzioni cultuali d’Israele.

Il popolo si trova privato di diversi elementi associati al culto del Tempio.

Questa situazione solleva una domanda fondamentale: come servire Dio quando il santuario, l’altare e i sacrifici non sono più accessibili?

La risposta della preghiera consiste nell’offrire a Dio un atteggiamento interiore di pentimento e di fedeltà.

Questa teologia assumerà un’importanza particolare per le comunità giudaiche che vivevano lontano da Gerusalemme o dopo la distruzione del Tempio.

7. La fedeltà in mezzo all’umiliazione

La preghiera non nega l’angoscia.

Riconosce l’umiliazione del popolo mantenendo al tempo stesso la fiducia nelle promesse di Dio.

Il ragionamento è dunque diverso da quello che consisterebbe nel rivendicare una liberazione col pretesto che i tre uomini sarebbero personalmente irreprensibili.

Azaria si appella piuttosto alla fedeltà di Dio verso la sua alleanza e alla gloria del suo nome.

Questa prospettiva completa in modo notevole Daniele 3.17-18: la fedeltà umana resta salda, ma non pone Dio nell’obbligo di compiere il miracolo richiesto.

8. L’intervento dell’angelo nella versione greca

La sezione greca fornisce poi una descrizione molto più dettagliata di ciò che il testo aramaico lascia soltanto intendere.

L’ scende nella fornace con Azaria e i suoi compagni.

La fiamma è respinta e l’interno della fornace diventa per loro un luogo in cui il fuoco non può raggiungerli.

Questa descrizione corrisponde direttamente all’interpretazione data in seguito da Nabucodonosor nel testo aramaico:

«Ha mandato il suo angelo e ha liberato i suoi servi» (Daniele 3.28).

L’aggiunta greca non crea dunque l’idea di un intervento angelico assente da Daniele 3. Sviluppa esplicitamente un’interpretazione già presente nel racconto aramaico.

9. Un elemento importante per l’interpretazione del quarto personaggio

Questa precisazione ha una conseguenza per lo studio del quarto personaggio di Daniele 3.25.

L’antica tradizione greca comprende chiaramente l’intervento soprannaturale come quello di un angelo mandato da Dio.

Questa lettura corrisponde a Daniele 3.28.

Costituisce dunque un’antica testimonianza a favore dell’interpretazione angelica.

Non rende impossibile una lettura cristofanica nella tradizione cristiana, ma conferma che l’identificazione primaria del personaggio come messaggero celeste possiede solide radici testuali.

10. Il cantico dei tre giovani

Dopo questo intervento comincia un lungo cantico di lode.

Il movimento è notevole.

La preghiera di Azaria era principalmente confessione e supplica.

Il cantico diventa celebrazione.

I tre uomini invitano progressivamente l’intera creazione a benedire il Signore.

La liberazione vissuta nella fornace assume così una dimensione cosmica.

Il Dio che li protegge non è soltanto il Dio di un piccolo gruppo di esuli giudei. È il Signore dell’intera creazione.

11. Tutta la creazione chiamata a lodare Dio

Il cantico convoca successivamente numerosi elementi della creazione.

Le realtà celesti, i fenomeni atmosferici, la luce, le acque, la terra, i monti, la vegetazione, gli animali e gli esseri umani sono chiamati a benedire Dio.

Questa struttura ricorda diversi salmi biblici, in particolare il Salmo 148, in cui i cieli, gli astri, gli elementi naturali, gli animali e i popoli sono invitati a lodare il .

Il cantico appartiene così a una tradizione liturgica profondamente radicata nel linguaggio biblico.

12. Anche il fuoco è chiamato a benedire Dio

Il contesto dà a certe invocazioni una forza particolare.

I tre giovani si trovano proprio in una fornace.

Ora, il cantico può integrare il fuoco e il calore stessi nell’appello universale alla lode.

Lo strumento destinato a distruggerli appartiene dunque anch’esso a una creazione sottomessa a Dio.

La teologia corrisponde perfettamente al messaggio di Daniele 3: il fuoco non è una potenza autonoma capace di contestare la sovranità divina.

Brucia i soldati quando esercita normalmente la sua azione, ma diventa impotente verso coloro che Dio protegge.

13. La creazione contro la pretesa imperiale

Il contrasto con la statua di Nabucodonosor diventa allora particolarmente forte.

All’inizio del capitolo, il re riunisce i rappresentanti del suo Impero e ordina loro di adorare un’immagine fabbricata dall’uomo.

Nel cantico greco, non è più l’Impero a essere convocato, ma l’intera creazione.

E questa creazione non è invitata ad adorare la statua del re.

È chiamata a benedire il Creatore.

La pretesa universale del sovrano babilonese riceve così una risposta teologica: la vera universalità appartiene a Dio.

14. Il testo aramaico conosce questa aggiunta?

L’aggiunta non è presente nel testo aramaico masoretico di Daniele.

Non compare dunque nel testo ebraico-aramaico tradizionale trasmesso dal giudaismo rabbinico.

Questa assenza è fondamentale per la storia testuale.

Non sarebbe esatto inserire semplicemente la preghiera e il cantico nel testo aramaico come se la loro presenza vi fosse materialmente attestata.

Appartengono a una forma greca ampliata del libro di Daniele.

15. Le due principali tradizioni greche di Daniele

La storia del testo greco di Daniele presenta una particolarità importante.

Un’antica traduzione greca, generalmente indicata come la versione dei Settanta o «Antico Greco», ha circolato nell’antichità.

Un’altra forma greca, tradizionalmente associata a Teodozione, si è poi imposta largamente nell’uso cristiano.

La versione detta di Teodozione divenne così dominante che, nei manoscritti cristiani, sostituì in gran parte l’antica traduzione greca di Daniele.

Le aggiunte a Daniele, tra cui la preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani, sono note in questa tradizione greca.

16. Un’aggiunta antica

Il fatto che questa sezione sia assente dal testo masoretico non significa che sia medievale o inventata tardivamente dal cristianesimo.

Appartiene all’antica storia della trasmissione greca di Daniele ed esisteva prima delle grandi controversie confessionali cristiane successive.

La questione della sua origine esatta resta tuttavia distinta da quella della sua antichità.

Può essere stata composta in un ambiente giudaico e integrata in una forma sviluppata del racconto prima del suo uso da parte dei cristiani.

17. I frammenti di Daniele a Qumran

I manoscritti di Daniele scoperti tra i manoscritti del Mar Morto sono particolarmente importanti per la storia del libro.

Attestano l’esistenza di Daniele prima dell’epoca cristiana e mostrano la circolazione del testo ebraico e aramaico nel giudaismo antico.

Tuttavia, i frammenti conservati non permettono di ricostruire materialmente ogni versetto del libro.

L’assenza di un passo in un frammento che non conserva la parte interessata non costituisce evidentemente una prova della sua assenza nell’esemplare completo.

Occorre dunque evitare di usare per pretendere di dimostrare più di quanto i frammenti permettano realmente di stabilire.

18. Lo statuto nella tradizione ebraica

Nel canone ebraico, Daniele appartiene ai Ketouvim, gli Scritti.

La preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani non fanno parte del testo ebraico-aramaico canonico trasmesso nel giudaismo rabbinico.

La lettura ebraica tradizionale di Daniele 3 si fonda dunque sul racconto corrispondente ai trenta versetti del testo aramaico.

Questa situazione spiega in parte le differenze di numerazione che si incontrano confrontando edizioni bibliche appartenenti a tradizioni diverse.

19. Lo statuto nelle tradizioni cattolica e ortodossa

Le Chiese cattolica e ortodosse hanno accolto le aggiunte greche di Daniele nella loro tradizione biblica.

La preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani vi possiedono dunque uno statuto scritturale.

Nelle edizioni cattoliche sono generalmente integrati nel capitolo 3 di Daniele.

La numerazione diventa allora più lunga di quella delle Bibbie fondate unicamente sul testo aramaico per questo capitolo.

Le tradizioni ortodosse attribuiscono anch’esse un posto importante a questi testi, in particolare nel loro uso liturgico.

20. Lo statuto nelle tradizioni protestanti

La ha privilegiato per l’Antico Testamento il canone corrispondente al corpus ebraico-aramaico del giudaismo.

Le aggiunte greche di Daniele non sono dunque state generalmente accolte nel corpo canonico dell’Antico Testamento protestante.

Possono tuttavia comparire in edizioni che comprendono gli «» o gli scritti .

In questo quadro, possono essere studiate come testimoni importanti del giudaismo antico e della storia dell’interpretazione biblica senza ricevere lo stesso statuto canonico.

21. «Apocrifo» e «deuterocanonico» non sono esattamente sinonimi

La terminologia deve essere impiegata con precisione.

Nella tradizione cattolica, questi passi sono generalmente qualificati come .

In numerose tradizioni protestanti, sono classificati tra gli .

Questi due termini riflettono concezioni diverse del canone.

È dunque preferibile, in uno studio accademico, precisare la tradizione interessata piuttosto che usare uno di questi termini come se costituisse una classificazione universalmente accettata.

22. Queste aggiunte cambiano il senso di Daniele 3?

Sviluppano il racconto, ma non ne capovolgono il messaggio.

Il testo aramaico afferma già:

la fedeltà dei tre Giudei;

la loro condanna al fuoco;

l’intervento di un essere celeste;

la loro liberazione;

il riconoscimento di questa liberazione da parte di Nabucodonosor.

La versione greca aggiunge principalmente un’interpretazione liturgica e teologica di ciò che avviene all’interno della fornace.

Dà voce ai tre uomini nel periodo in cui il testo aramaico rimane silenzioso.

23. Una differenza di prospettiva narrativa

Questa differenza è particolarmente interessante.

Nel testo aramaico, il lettore scopre il miracolo essenzialmente attraverso lo sguardo di Nabucodonosor.

Il re guarda nella fornace.

Constata che i personaggi sono quattro.

Chiama i tre uomini a uscire.

I dignitari esaminano poi i loro corpi e le loro vesti.

Nell’aggiunta greca, il lettore entra simbolicamente nella fornace con i condannati.

Ascolta la loro preghiera.

Vede l’intervento dell’angelo.

Partecipa alla loro lode.

Le due forme producono dunque effetti narrativi diversi.

24. L’interesse dell’aggiunta per lo studio di Daniele 3

Anche quando uno studio segue come testo principale la forma aramaica di Daniele 3, l’aggiunta greca merita di essere conosciuta.

Costituisce un’antica testimonianza sul modo in cui il racconto fu recepito e sviluppato nel giudaismo di lingua greca.

Mostra in particolare l’importanza attribuita:

al pentimento;

all’esilio;

all’alleanza;

alla preghiera;

all’intervento angelico;

alla lode universale del Creatore.

Contribuisce dunque alla storia della ricezione di Daniele 3 senza dover essere confusa con la sua forma aramaica.

25. Conclusione

La preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani appartengono all’antica tradizione greca di Daniele e occupano un posto importante nella storia della trasmissione del capitolo 3.

Sono assenti dal testo aramaico masoretico, ma la loro antichità è ben anteriore alle divisioni confessionali moderne.

Il loro statuto canonico varia: non fanno parte del canone ebraico né del dell’Antico Testamento, mentre sono accolti come nella tradizione cattolica e come Scrittura nelle tradizioni ortodosse secondo le rispettive forme canoniche.

Sul piano esegetico, non modificano il nucleo del racconto aramaico. Lo sviluppano dando espressione alla preghiera e alla lode dei tre uomini in mezzo al fuoco.

Forniscono inoltre una testimonianza antica particolarmente interessante riguardo al quarto personaggio: la tradizione greca sviluppa esplicitamente l’idea di un che interviene nella fornace, in coerenza con Daniele 3.28. Conferma così l’antichità dell’interpretazione angelica lasciando aperta, in una lettura cristiana successiva, la questione teologica di un’eventuale cristofania.