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La giornata ebraica al tempo di Gesù

Questo articolo esplora l’antica struttura temporale ebraica, essenziale per comprendere i Vangeli. Mostra come una giornata cominci al tramonto e non a mezzanotte. La divisione in 12 ore diurne e 12 notturne, variabile secondo le stagioni, è la chiave per interpretare correttamente i momenti indicati nei Vangeli.

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Introduzione

Per comprendere meglio alcuni passi dei Vangeli, è essenziale familiarizzarsi con la struttura della giornata ebraica di quel tempo. Infatti, la concezione del tempo nell’antica cultura ebraica differisce dalla nostra, in particolare per quanto riguarda la divisione dei giorni e l’importanza attribuita a certi periodi specifici.

A differenza del nostro sistema attuale, in cui una giornata è suddivisa in ore di 60 minuti, la giornata ebraica era strutturata in modo diverso, con momenti chiave che rivestivano un significato particolare.

Inoltre, il passaggio da un giorno all’altro non seguiva gli stessi criteri che usiamo oggi. Per esempio, nella tradizione ebraica un nuovo giorno comincia al tramonto, e non a mezzanotte. Questa differenza può comportare uno scarto di un giorno per lo stesso evento, a seconda che lo si osservi attraverso il prisma della cultura ebraica o della cultura moderna.

In questa analisi esploreremo dunque le particolarità della giornata ebraica così come era vissuta all’epoca dei Vangeli, per comprendere meglio il contesto in cui questi testi furono redatti e gli eventi che essi narrano.

I. Il cambio di giorno

La strutturazione della giornata nella tradizione ebraica non deriva da elaborazioni matematiche o astronomiche, ma piuttosto dall’interpretazione dei testi biblici relativi alla creazione del mondo da parte di , così come sono presentati nel libro della Genesi.

Questo passo definisce il ‘giorno’ come comprendente una sera e una mattina. Di conseguenza, gli Ebrei, seguendo fedelmente questi scritti attribuiti a Mosè, hanno adottato il principio secondo cui la loro giornata comincia al tramonto.

Al contrario, la società romana, come la nostra oggi, fa iniziare un nuovo giorno a mezzanotte. È interessante notare che nei Vangeli si trovano riferimenti sia al sistema temporale ebraico sia, talvolta, al sistema .

È dunque fondamentale cogliere il quadro di riferimento utilizzato dall’autore per determinare con precisione l’ora o il periodo descritto. Questa comprensione contestuale è essenziale per un’interpretazione esatta dei testi dei Vangeli.

II. Le ore del giorno

Nella nostra società contemporanea dividiamo le nostre giornate in 24 ore, ciascuna composta da 60 minuti, per un totale di 1440 minuti al giorno. Questo sistema resta costante per tutto l’anno.

Tuttavia, nell’antichità ebraica la giornata era divisa in due segmenti principali: il giorno e la notte. Ciascuno di questi segmenti era a sua volta suddiviso in 12 ore. Di conseguenza, la durata di un’ora variava secondo la stagione, ad eccezione dei giorni di solstizio (inverno il 22 dicembre e primavera il 21 giugno), in cui la notte e il giorno sono approssimativamente uguali.

Secondo questo antico metodo, la prima ora iniziava all’alba e la sesta ora corrispondeva a mezzogiorno. Osserviamo così uno scarto di sei ore tra il sistema temporale ebraico e il nostro sistema attuale.

Riguardo all’ora della morte del Messia Gesù, Marco 15.33-37 indica che essa avviene all’ora nona, che interpretiamo come le 3 del pomeriggio, ovvero le 15 nel nostro sistema orario moderno. Secondo lo stesso testo, la crocifissione ha luogo all’ora terza, cioè le 9 del mattino per noi.

Due aspetti importanti sono da notare riguardo agli orari menzionati in questi testi antichi.

In primo luogo, essi si riferiscono sempre a ore piene, senza menzione di minuti o di mezz’ore.

In secondo luogo, le ore citate sono sempre multipli di tre (come l’ora terza, sesta o nona), il che suggerisce un sistema di calcolo basato sui quarti della giornata.

Questa osservazione indica un metodo di misurazione del tempo che privilegia divisioni più ampie e più simboliche, piuttosto che una precisione minuziosa.

III. La giornata del 1° aprile del 33

È importante notare che la precisione dell’ora non era così critica nella società antica come lo è oggi. La gente viveva più in accordo con i ritmi naturali e stagionali, e i metodi di misurazione del tempo riflettevano questo approccio.

Possiamo tuttavia rimanere sorpresi da questi precisi dettagli orari relativi alla giornata della crocifissione, annotati da Matteo e visibilmente ripresi da Marco e poi da Luca. In effetti, questi uomini non si riferivano generalmente a dati orari come accade oggi. Parlavano di giorno, di notte, di alba e tramonto, di mezzogiorno. Il sole nel cielo forniva loro un’informazione che sapevano interpretare.

Esisteva , rispettata soprattutto nel Tempio di Gerusalemme. Ritroviamo proprio le ore annotate da Matteo: l’ora nona in Atti 3.1, e le altre due, l’ora terza e l’ora sesta, sembrano segnare anch’esse momenti di preghiera.

In Atti 10 ritroviamo riferimenti all’ora terza e all’ora nona. Pensiamo che questi momenti della giornata segnassero la vita degli Ebrei e regolassero la preghiera. Matteo ha stabilito il parallelo tra queste precise tappe della giornata e gli eventi che hanno segnato la crocifissione del Messia Gesù. Possiamo immaginare lo shofar risuonare dall’alto del tempio per chiamare i fedeli alla preghiera.

L’ebraismo fa riferimento a tre preghiere al giorno: al mattino (‘Shacharit’), al pomeriggio (‘Minchà’) e alla sera (‘Maariv’). Ciò corrisponde proprio al giudizio davanti al , alla morte e alla sepoltura.

Ritroviamo un ritmo simile nell’Islam, che impone cinque preghiere al giorno. Le cinque preghiere canoniche hanno luogo all’alba (‘Fajr’), a metà giornata, quando il sole è allo zenit (‘Dhuhr’), a metà pomeriggio (‘Asr’), al tramonto (‘Maghrib’) e al crepuscolo (‘Isha’).

Per concludere, osserviamo un legame tra le diverse preghiere della giornata e gli eventi salienti di questa giornata del 1° aprile del 33. Matteo, a nostro avviso, ha udito il suono dello shofar che segna la chiamata alla preghiera e ha associato queste ore agli eventi tragici che stava vivendo.

Marco e Luca hanno ripreso queste informazioni dal testo di Matteo, mentre Giovanni, da parte sua, ha semplicemente annotato l’inizio di questa lunga e triste giornata.

IV. Le giornate particolari

Il , corrispondente all’ultimo giorno della settimana e al nostro sabato, riveste un’importanza capitale nella tradizione ebraica. Non si tratta di un semplice giorno di riposo paragonabile alle nostre ferie in Francia, ma di un obbligo sacro la cui trasgressione è severamente punita.

Durante il non è permessa alcuna forma di lavoro, e gli spostamenti sono limitati a una distanza non superiore a un chilometro. Ogni attività abituale è sospesa per onorare questo giorno di riposo e di spiritualità. L’espressione «un », spesso incontrata nei testi biblici, non si riferisce soltanto alla distanza consentita, ma indica anche che è il giorno del .

La preparazione per il è essenziale; ogni praticante deve prevedere queste restrizioni per evitare qualsiasi trasgressione.

Oltre al settimanale, devono essere osservate tre grandi feste, stabilite dalla legge mosaica: Pesach (Pasqua), Shavuot (Pentecoste) e (festa delle Capanne). In questi periodi è richiesto a ogni Ebreo un pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, anche se potevano essere concesse eccezioni per motivi economici.

Queste pratiche sottolineano la profondità e il rigore degli obblighi religiosi che strutturano la vita ebraica.

Conclusione

Notiamo la differenza tra le regole che governavano questo popolo nel I secolo e le nostre di oggi. È dunque imperativo collocare bene i fatti riportati dai Vangeli in questo quadro culturale.

A quell’epoca non c’era separazione tra potere religioso e politico. Così, tutte le prescrizioni che regolavano lo svolgimento della giornata erano legate all’ebraismo. Il corso della giornata derivava dalle informazioni sulla creazione, annotate nel loro testo sacro. Le feste avevano automaticamente un carattere religioso e dovevano avvicinarli al loro Dio.

Queste persone restavano molto attaccate a questi precetti, che facevano parte integrante dell’ebraismo. Li custodivano tanto più gelosamente in quanto consideravano l’ellenismo un attacco diretto a queste tradizioni.

Questi sconvolgimenti sociali provocarono una profonda rivolta contro ogni genere di evoluzione e di progresso. Queste influenze esterne non furono viste dal popolo come un’evoluzione positiva, ma rafforzarono al contrario il suo attaccamento alle usanze ancestrali.

Il Tempio di Gerusalemme regolava la vita di ogni cittadino e più in particolare quella di coloro che vivevano nelle vicinanze. I pellegrini in visita si sottomettevano volontariamente all’insieme di queste prescrizioni. All’inizio della Chiesa, gli apostoli rispettavano e salivano al tempio.

La giornata era scandita dal suono dello shofar, che ricordava a tutti . Questa struttura sembrava immutabile. Tuttavia, l’atto di Tito, generale , che orchestrò la distruzione del Tempio nel 70 d.C., scosse profondamente l’ordine stabilito, segnando una svolta decisiva nella storia di questa comunità.