Dopo i e gli erodiani, intervengono i . Tutti cercano di mettere in difficoltà il Messia Gesù. È una vera e propria competizione: ogni gruppo religioso invia il suo rappresentante più erudito per tentare di confonderlo davanti al popolo. Sperano finalmente di trovare colui che riuscirà a far tacere quest’uomo venuto dalla Galilea. Nessuna delle loro domande ha un’intenzione sinceramente spirituale o pedagogica; il loro unico scopo è tendergli una trappola (Matteo 22.15).
I , che non credono nella risurrezione dei morti (Atti 23.8), hanno preparato con cura la loro domanda. La presentano al Maestro con sicurezza, decisi a metterlo in difetto: una donna che ebbe successivamente sette fratelli come mariti senza avere figli, di chi sarà moglie alla risurrezione? La probabilità che si verifichi una simile situazione è nulla, ma Gesù non li disprezza. Accetta di rispondere loro con calma e chiarisce a fondo il loro errore.
Gesù ricorda loro che la loro incomprensione deriva dalla loro ignoranza delle Scritture e della potenza di Dio (Matteo 22.29).
Nel mondo a venire, dice, non si prende né moglie né marito, perché i risorti saranno simili agli angeli, viventi per Dio (Luca 20.35-36). Poi, per sostenere il suo insegnamento, cita la , l’unica autorità che i riconoscono, richiamando le parole di Dio a Mosè: «Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe» (Esodo 3.6). Con queste parole, il Messia Gesù dimostra che Dio non è il Dio dei morti, ma dei viventi; questi patriarchi vivono ancora alla sua presenza (Matteo 22.32).
La sua risposta, al tempo stesso semplice e potente, riduce i suoi avversari al silenzio. Alcuni maestri della Legge riconoscono che ha parlato bene (Luca 20.39), e la folla, affascinata, ammira questo Galileo capace di tenere testa ai più grandi dottori d’Israele. Mai un uomo del popolo aveva parlato con una simile autorità (Marco 1.22). Questo dialogo rivela la sapienza divina del Messia e mette in luce la fede vera: credere in un Dio vivente, sovrano sulla vita e sulla morte (Romani 14.8-9).
La vita eterna, insegnata da Gesù, non è la continuazione di questo mondo, ma una trasformazione gloriosa nella presenza stessa di Dio (Giovanni 11.25-26).