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Le domande degli stranieri al Messia Gesù

Episodio esclusivo di Giovanni (Giovanni 12.20-50), collocato il martedì santo nel cortile dei gentili. Alcuni greci chiedono di vedere Gesù, e questo dà il via all’annuncio dell’ora della sua glorificazione. Attraverso l’immagine del chicco di grano, Gesù rivela che la sua morte è fonte di vita universale. La croce è presentata come un’elevazione gloriosa che attira a lui tutti gli uomini, aprendo la salvezza a tutte le nazioni.

16 min domande degli stranieri Greci al Tempio Giovanni 12 glorificazione del Figlio chicco di grano 20 versetti 2 libri

Consultazione

Testi biblici

Matteo
Matteo (Riveduta 1927 (Luzzi)) non citato nel libro
Marco
Marco (Riveduta 1927 (Luzzi)) non citato nel libro
Luca
Luca (Riveduta 1927 (Luzzi)) non citato nel libro
Giovanni
Giovanni 12.20-50 (Riveduta 1927 (Luzzi))

Or fra quelli che salivano alla festa per adorare, v’erano certi Greci.

Questi dunque, accostatisi a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, gli fecero questa richiesta: Signore, vorremmo veder Gesù.

Filippo lo venne a dire ad Andrea; e Andrea e Filippo vennero a dirlo a Gesù.

E Gesù rispose loro dicendo: L’ora è venuta, che il Figliuol dell’uomo ha da esser glorificato.

In verità, in verità io vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, riman solo; ma se muore, produce molto frutto.

Chi ama la sua vita, la perde; e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna.

Se uno mi serve, mi segua; e là dove son io, quivi sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l’onorerà.

Ora è turbata l’anima mia; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora! Ma è per questo che son venuto incontro a quest’ora.

Padre, glorifica il tuo nome! Allora venne una voce dal cielo: E l’ho glorificato, e lo glorificherò di nuovo!

Onde la moltitudine ch’era quivi presente e aveva udito, diceva ch’era stato un tuono. Altri dicevano: Un angelo gli ha parlato.

Gesù rispose e disse: Questa voce non s’è fatta per me, ma per voi.

Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo;

e io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me.

Così diceva per significare di qual morte dovea morire.

La moltitudine quindi gli rispose: Noi abbiamo udito dalla legge che il Cristo dimora in eterno: come dunque dici tu che bisogna che il Figliuolo dell’uomo sia innalzato? Chi è questo Figliuol dell’uomo?

Gesù dunque disse loro: Ancora per poco la luce è fra voi. Camminate mentre avete la luce, affinché non vi colgano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove vada.

Mentre avete la luce, credete nella luce, affinché diventiate figliuoli di luce. Queste cose disse Gesù, poi se ne andò e si nascose da loro.

E sebbene avesse fatti tanti miracoli in loro presenza, pure non credevano in lui;

affinché s’adempisse la parola detta dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto a quel che ci è stato predicato? E a chi è stato rivelato il braccio del Signore?

Perciò non potevano credere, per la ragione detta ancora da Isaia:

Egli ha accecato gli occhi loro e ha indurato i loro cuori, affinché non veggano con gli occhi, e non intendano col cuore, e non si convertano, e io non li sani.

Queste cose disse Isaia, perché vide la gloria di lui e di lui parlò.

Pur nondimeno molti, anche fra i capi, credettero in lui; ma a cagione dei Farisei non lo confessavano, per non essere espulsi dalla sinagoga;

perché amarono la gloria degli uomini più della gloria di Dio.

Ma Gesù ad alta voce avea detto: Chi crede in me, crede non in me, ma in Colui che mi ha mandato;

e chi vede me, vede Colui che mi ha mandato.

Io son venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me, non rimanga nelle tenebre.

E se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non son venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo.

Chi mi respinge e non accetta le mie parole, ha chi lo giudica: la parola che ho annunziata è quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno.

Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre che m’ha mandato, m’ha comandato lui quel che debbo dire e di che debbo ragionare;

ed io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che dico, così le dico, come il Padre me le ha dette.

Dettagli tecnici

Anno 33

Luogo: Il cortile dei gentili del Tempio di Gerusalemme

Data: martedì 29 marzo dell’anno 33

Metodo di lavoro: Ritorniamo ora a Giovanni

Nota sul metodo: Giovanni è il solo a riferire questo episodio

Mappa di Gerusalemme e dintorni
Grafico a barre martedì 29 marzo

Gesù, il Messia, risponde alle domande di alcuni stranieri.

Commenti

Questa scena, riferita soltanto da Giovanni, si svolge nel cortile dei gentili, perché sono degli stranieri, senza dubbio dei greci, a interrogare Gesù, il Messia. Non lo avvicinarono direttamente, probabilmente per rispetto, ma chiesero un colloquio ai suoi discepoli e a Filippo in particolare.

Giovanni precisa che Filippo era originario di , in Galilea. In questo villaggio di frontiera ebrei e gentili vivevano fianco a fianco, per cui Filippo, il cui nome è greco, si trovava molto a suo agio con questi non ebrei. Forse fu proprio lui a favorire questo contatto.

Il brano di Giovanni 12.20-50 segna una svolta decisiva nel quarto Vangelo. Collocato subito dopo l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, costituisce l’ultimo discorso pubblico prima della Passione. L’episodio si apre con l’arrivo di alcuni greci venuti per adorare durante la festa (Giovanni 12.20-22), dettaglio singolare e profondamente simbolico: dei non ebrei si avvicinano al Messia d’Israele. Il Vangelo di Giovanni vi vede l’annuncio del carattere universale della salvezza, ormai aperta a tutte le nazioni.

La loro richiesta — «Vogliamo vedere Gesù» — introduce una dichiarazione centrale: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (Giovanni 12.23). Fino ad allora Gesù aveva ripetuto che la sua ora non era ancora venuta (Giovanni 2.4; Giovanni 7.30; Giovanni 8.20). L’arrivo dei greci segna dunque l’innesco escatologico: è giunto il tempo della glorificazione, cioè l’ora della croce, intesa qui come elevazione e rivelazione. In Giovanni la croce non è soltanto un supplizio: è il momento in cui la gloria di Dio si manifesta nell’obbedienza del Figlio (Giovanni 17.1).

Gesù illustra questa verità con l’immagine del chicco di grano (Giovanni 12.24). Il chicco deve morire per portare frutto: la morte di Cristo diventa così il principio di vita per il mondo. Questo tema agricolo serve a esprimere il mistero della fecondità del sacrificio: solo cadendo in terra, consegnandosi alla morte, la vita divina si moltiplica. L’appello del v. 25 prolunga questa logica: chi ama la propria vita la perde, ma chi la odia in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Il discepolo è invitato a seguire la stessa via paradossale di rinuncia e di totale fiducia.

In seguito (Giovanni 12.27-33), Giovanni introduce una scena drammatica in cui Gesù, turbato, esprime la sua angoscia di fronte all’ora che si avvicina. Questa preghiera richiama l’episodio del Getsemani riferito dai Sinottici, ma Giovanni lo colloca pubblicamente, non in un giardino. L’oggetto della preghiera non è evitare la sofferenza, ma la glorificazione del nome del Padre. Una voce dal cielo risponde: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora». Questa teofania richiama il battesimo e la trasfigurazione, ma qui assume una dimensione soteriologica: il Padre convalida l’opera del Figlio.

L’annuncio di:

Giovanni 12.32 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
e io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me.

Condensa il significato teologico del brano. L’elevazione (ἐψώθην) è al tempo stesso crocifissione, risurrezione ed esaltazione. Giovanni unisce queste tre dimensioni per presentare la croce come il momento glorioso in cui Cristo diventa il centro universale di attrazione. L’espressione «tutti gli uomini» fa eco alla venuta dei greci: la croce è la porta d’ingresso del mondo intero nella salvezza.

Giovanni 12.34-36 riferisce la reazione della folla, che resta prigioniera delle sue attese messianiche terrene: come potrebbe morire il Messia, quando la Scrittura presenta la sua esistenza come ? Gesù, il Messia, non risponde direttamente, ma li invita a credere nella luce finché è ancora in mezzo a loro. Questa prolunga i temi giovannei della rivelazione luminosa (cfr. Giovanni 8.12): rifiutare la luce significa sprofondare nelle tenebre.

La sezione finale (Giovanni 12.37-50) costituisce una conclusione teologica del ministero pubblico. Giovanni vi commenta la cecità d’Israele di fronte ai segni. Nonostante i miracoli, molti non credono, adempiendo così la profezia di Isaia:

Isaia 6.10 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendigli duri gli orecchi, e chiudigli gli occhi, in guisa che non vegga co’ suoi occhi, non oda co’ suoi orecchi, non intenda col cuore, non si converta e non sia guarito!”

Giovanni 12.40 (Riveduta 1927 (Luzzi)) :
Egli ha accecato gli occhi loro e ha indurato i loro cuori, affinché non veggano con gli occhi, e non intendano col cuore, e non si convertano, e io non li sani.

Giovanni insiste sulla responsabilità spirituale del rifiuto, ma anche sul mistero del disegno divino. Alcuni, tuttavia, credono, in particolare tra i capi, ma restano nella paura di essere esclusi. Questa tensione tra una fede timida e un’incredulità aperta illustra la complessità del rapporto con Cristo nel Vangelo.

Il discorso si chiude con una sintesi cristologica (Giovanni 12.44-50): credere in Gesù significa credere in Dio che lo ha mandato. La sua missione è luminosa: è venuto come luce nel mondo per salvare, non per giudicare (Giovanni 12.46-47, Giovanni 3.17). Il giudizio viene solo in un secondo tempo, come conseguenza del rifiuto della Parola. La rivelazione finale associa dunque fede, luce e vita: chi accoglie Cristo entra nella luce, chi lo rifiuta esclude sé stesso dalla vita.

Conclusione

Giovanni 12.20-50 è una cerniera narrativa e teologica. È al tempo stesso la fine del ministero pubblico e la soglia della Passione. La richiesta dei greci simboleggia l’apertura della salvezza a tutte le nazioni; la croce è proclamata come il vero luogo della gloria; e la risposta finale del popolo pone ciascuno davanti alla questione ultima: credere o rifiutare la luce. Questa pagina concentra in pochi versetti tutta la teologia giovannea: la gloria di Dio si rivela nell’amore che si dona fino alla morte.