Giovanni prosegue il racconto dell'uomo cieco dalla nascita, guarito dal Messia Gesù. Le autorità religiose, cioè i e i , hanno avviato un'indagine minuziosa per chiarire il mistero di questa straordinaria liberazione. Il loro modo di procedere non si limita a interrogare il giovane stesso: anche i suoi genitori vengono convocati, come testimonia l'episodio riferito in Giovanni 9.18-21. Questi responsabili cercano in ogni modo di influenzare sia il miracolato sia la sua famiglia, sperando di ottenere spiegazioni o ammissioni conformi alle loro aspettative.
Eppure, la risposta che ricevono si rivela particolarmente sconcertante:
Di fronte all'atteggiamento aggressivo dei , che arrivano a espellere quest'uomo, probabilmente dalla spianata del Tempio, il racconto non si ferma a questa sanzione. Giovanni continua la sua testimonianza sottolineando che il Messia Gesù va di nuovo incontro all'uomo guarito. Questo nuovo colloquio, riferito nei particolari, chiarisce l'importanza dell'evento e spiega senza dubbio perché Giovanni ne trasmetta con cura tutti gli elementi.
Possiamo leggere il riassunto del colloquio che sconvolgerà tutta la vita di quest'uomo. In questo brano, l'uomo guarito vive una vera conversione: passa dal semplice riconoscimento di un miracolo alla fede personale in Gesù il Messia. Respinto dai capi religiosi, si ritrova cercato e raggiunto dal Messia Gesù stesso, come se la guarigione fisica fosse soltanto il primo passo verso una guarigione più profonda. Quando il Messia Gesù gli rivela di essere il Figlio dell'uomo, l'uomo si apre con totale umiltà, riconosce colui che gli parla e si prostra.
Al contrario, i , pur essendo testimoni degli stessi fatti, rifiutano di vedere ciò che hanno davanti. La loro certezza di essere nella luce li rinchiude in una cecità spirituale più grave della cecità fisica dell'uomo guarito. Il Messia Gesù mostra così che la vera visione nasce dall'umiltà e dalla verità del cuore, mentre l'orgoglio religioso può rendere ciechi anche di fronte alla luce.
Giovanni mette a confronto due forme di cecità. C'è anzitutto quella dell'uomo nato cieco, una cecità fisica da cui il Messia Gesù lo libera. Ma quest'uomo portava in sé anche un'altra cecità, più profonda: quella che gli impediva di entrare nel regno dei cieli. Tuttavia, quando incontra il Messia Gesù e accoglie la sua rivelazione con semplicità e umiltà, i suoi occhi si aprono davvero. Passa dalla luce fisica alla luce spirituale ed entra nella fede.
Al contrario, i , convinti di vedere chiaramente, restano rinchiusi nella loro incredulità. Il loro rifiuto di riconoscere Gesù li mantiene in una cecità spirituale ben più grave di quella dell'uomo guarito. Si credono guide, ma restano ciechi; pensano di essere vicini a Dio, ma non entrano nel suo regno. Così, colui che era cieco ora vede, mentre coloro che pretendevano di vedere restano nelle tenebre.
Consideriamo ora questo testo sorprendente:
Nella loro domanda, i si sentono chiamati in causa e chiedono al Messia Gesù se anch'essi siano «ciechi». Il Messia Gesù risponde loro che, se fossero davvero ciechi, cioè ignoranti ma consapevoli del proprio bisogno, non sarebbero colpevoli, perché Dio apre gli occhi a coloro che riconoscono la loro miseria. Ma essi affermano «noi vediamo», dichiarandosi capaci di discernere la verità da se stessi. È proprio questa pretesa a condannarli: rifiutando di ammettere la propria cecità spirituale, si chiudono alla luce che il Messia Gesù porta. Il loro peccato rimane non perché manchino di conoscenza, ma perché rifiutano la luce che sta davanti a loro.