L'ipotesi di una redazione antica del Vangelo secondo Matteo è del tutto ipotizzabile e viene sostenuta, in forme diverse, da diversi storici ed esegeti. Pur non potendo essere dimostrata con certezza, presenta una reale coerenza storica e permette di comprendere meglio la volontà dei primi cristiani di preservare la testimonianza dei testimoni oculari.
1- Gli apostoli erano consapevoli della propria vulnerabilità
Fin dai primi capitoli del libro degli Atti, l'opposizione delle diventa manifesta (Atti 4.1-3 ; Atti 5.17-18). Stefano viene lapidato (Atti 7.54-60), poi Giacomo, figlio di Zebedeo, è messo a morte per ordine di Erode Agrippa I verso l'anno 44 (Atti 12.1-2). Lo stesso Pietro scampa per poco alla morte (Atti 12.3-11), mentre gli altri apostoli sono regolarmente minacciati e imprigionati (Atti 5.40-42).
In queste condizioni, è del tutto probabile che i primi discepoli abbiano preso coscienza della fragilità della testimonianza orale e della necessità di preservarne il contenuto. I testimoni oculari della vita, della morte e della risurrezione del Messia Gesù non erano destinati a rimanere per sempre in seno alla Chiesa.
2- La testimonianza apostolica costituiva un deposito prezioso
I Dodici avevano ricevuto una missione particolare: essere i testimoni della risurrezione del Signore (Atti 1.21-22). La loro scomparsa prematura avrebbe rappresentato una perdita considerevole per le comunità cristiane nascenti. Paolo userà più tardi l'immagine del «deposito» che occorre custodire fedelmente (1 Timoteo 6.20 ; 2 Timoteo 1.13-14). Da parte sua, Pietro, sentendo avvicinarsi la propria morte, scrive:
«Mi darò cura che dopo la mia partenza voi possiate sempre ricordarvi di queste cose» (2 Pietro 1.15).
Questa dichiarazione lascia intravedere la volontà di trasmettere in modo duraturo l'insegnamento apostolico.
Questa preoccupazione si spiega probabilmente con la consapevolezza che gli apostoli avevano del carattere eccezionale della loro missione. I Dodici non erano semplicemente dei responsabili tra altri; erano i testimoni ufficiali della risurrezione del Messia Gesù (Atti 1.21-22). La loro autorità poggiava su fatti che avevano personalmente visto e udito (Atti 4.20 ; 1 Giovanni 1.1-3).
Questa funzione aveva per natura un carattere limitato nel tempo. Le apparizioni del Risorto appartenevano già al passato e non potevano essere riprodotte. Lo stesso Paolo si presenterà più tardi come l'ultimo beneficiario di un'apparizione del Signore risorto:
«Dopo tutti loro, è apparso anche a me, come a un aborto» (1 Corinzi 15.8).
I primi discepoli avevano dunque probabilmente coscienza del carattere unico e insostituibile della loro testimonianza. Esisteva perciò un'urgenza naturale di trasmettere fedelmente ciò che avevano visto e udito prima della loro scomparsa.
3- Una redazione precoce di Matteo è storicamente plausibile
Se si accetta una datazione antica di Matteo, alcuni autori ipotizzano una redazione anteriore agli anni 50, o addirittura anteriore alle persecuzioni di Erode Agrippa I. In questa prospettiva, il suo Vangelo potrebbe essere inteso come un'impresa destinata a preservare la testimonianza degli apostoli.
La tradizione riportata da Papia di Gerapoli e conservata da Eusebio di Cesarea afferma che Matteo mise per iscritto le parole del Signore nella lingua degli Ebrei. Benché questa affermazione sia oggetto di discussione, essa testimonia comunque una tradizione antica che attribuisce a Matteo un'attività redazionale relativamente precoce.
Pur non costituendo una prova decisiva, questa antica tradizione concorda con l'idea di una volontà di salvaguardare l'insegnamento trasmesso dai testimoni oculari.
4- Un'opera collettiva è concepibile
È altresì possibile che Matteo non abbia lavorato isolatamente. I Dodici formavano ancora un gruppo unito a Gerusalemme (Atti 1.13-14) e diversi testimoni oculari erano disponibili per verificare i ricordi, completare alcuni racconti e garantire la fedeltà della tradizione trasmessa.
Luca stesso indica di aver raccolto le informazioni trasmesse da «quelli che da principio furono testimoni oculari» (Luca 1.2). Nulla vieta dunque di immaginare un processo analogo per Matteo, nel quale diversi apostoli avrebbero partecipato, direttamente o indirettamente, alla conservazione del ricordo di Gesù.
5- L'assenza di allusione esplicita alla distruzione del Tempio
Alcuni autori ritengono che l'assenza di un riferimento esplicito al compimento della distruzione di Gerusalemme nell'anno 70 possa costituire un indizio a favore di una redazione anteriore a tale evento. Gesù stesso annuncia questa catastrofe (Matteo 24.1-2), ma l'evangelista non ne sottolinea mai il compimento come un fatto già avvenuto.
Questo argomento rimane tuttavia discusso e non potrebbe costituire da solo una prova a favore di una datazione precoce.
6- Un'ipotesi coerente
Si può dunque ipotizzare il seguente scenario:
- Le persecuzioni crescenti fanno prendere coscienza agli apostoli della loro vulnerabilità.
- I testimoni oculari sanno che la loro missione è unica e limitata nel tempo.
- Il bisogno di preservare la loro testimonianza diventa una necessità.
- Matteo intraprende una redazione relativamente precoce, sicuramente con la collaborazione o la convalida degli altri apostoli.
- Questo primo documento coesiste poi con altre testimonianze evangeliche, ciascuna delle quali porta la propria prospettiva sulla persona e sull'opera del Messia Gesù.
- Gli scritti apostolici assicurano infine la trasmissione della testimonianza alle generazioni future.
Una simile ipotesi permetterebbe di spiegare perché i Vangeli presentano al tempo stesso una notevole unità di fondo e differenze di dettaglio caratteristiche di testimonianze molteplici e indipendenti.
Così, pur non potendo essere dimostrata con certezza, l'idea di una redazione relativamente antica di Matteo come misura di salvaguardia di fronte al rischio di una scomparsa prematura dei testimoni apostolici appare storicamente plausibile. Concorda con la consapevolezza che gli apostoli avevano del carattere unico della loro missione, come pure con la crescente pressione delle persecuzioni che colpivano la Chiesa nascente.
Questa ipotesi potrebbe anche chiarire la decisione presa da Pietro di ricostituire il collegio dei Dodici scegliendo Mattia (Atti 1.15-26). Gli apostoli sapevano che la loro missione consisteva anzitutto nel trasmettere fedelmente ciò che avevano visto e udito (Atti 4.20). La sostituzione di Giuda appare così come una prima misura destinata a preservare l'integrità della testimonianza apostolica.
Qualche anno più tardi, la messa per iscritto delle tradizioni evangeliche potrebbe aver costituito il naturale prolungamento di questa stessa preoccupazione. I Vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento apparirebbero allora come la continuazione scritta della testimonianza degli apostoli, permettendo al loro messaggio di sopravvivere alla progressiva scomparsa dei testimoni oculari (Luca 1.1-2 ; Giovanni 20.30-31 ; 2 Pietro 1.15 ; 2 Timoteo 3.16-17).