Daniele 3 e Daniele 6 costituiscono due racconti complementari organizzati attorno a una stessa domanda: che cosa deve fare il servitore di Dio quando il potere umano rivendica un’autorità su ciò che appartiene a Dio?
Daniele 3 risponde quando il potere ordina un atto di adorazione proibito.
Daniele 6 risponde quando il potere vieta una pratica di fedeltà a Dio.
In entrambe le situazioni, i servitori interessati restano leali nelle loro responsabilità civili ma rifiutano di oltrepassare il limite religioso.
Non organizzano alcuna rivolta, non cercano lo scontro e non ricorrono alla violenza. Restano semplicemente fedeli e accettano le conseguenze di questa fedeltà.
La fornace e la fossa dei leoni conducono infine alla stessa dimostrazione: un decreto umano può condannare i servitori di Dio, ma non può abolire la sovranità di Dio. Egli resta libero di liberare i suoi servitori, e la loro fedeltà resta integra anche quando questa liberazione non è garantita in anticipo.
Daniele 3 e Daniele 6 formano così due espressioni narrative di uno stesso principio che attraverserà le visioni profetiche del libro: gli imperi possono temporaneamente esercitare il loro potere sui fedeli, ma non possono legittimamente possederne l’adorazione, e la loro autorità resta sempre subordinata a quella del Dio Altissimo.