Questo passo fa seguito all'insegnamento del Messia Gesù sulla potenza della fede, capace di spostare le montagne, sull'importanza del perdono per essere un vero discepolo, nonché sulla responsabilità della testimonianza, che può provocare scandali. Luca insiste qui sul profilo del vero discepolo e, oltre ai punti già accennati, propone una in cui il discepolo è assimilato a uno schiavo al servizio del suo padrone. In questa immagine, il servo non si aspetta di ricevere ringraziamenti per aver svolto con fedeltà il compito che gli era stato assegnato.
Il padrone non richiede al suo schiavo che un servizio conforme alla sua condizione. Ciò non significa che non lo ami, ma semplicemente che i ruoli restano chiaramente definiti. Questo paragone si rivolge a una società familiare con la condizione servile, in cui talvolta si riferiva che la condizione di schiavo, ai tempi del Messia Gesù, potesse essere preferibile a quella di contadino a causa della miseria che colpiva questa classe sociale.
Lo schiavo non ha alcun diritto da rivendicare, né riconoscimento, né vantaggio derivante dal suo lavoro. Non può dunque esigere una ricompensa, perché compie esattamente ciò che la sua funzione comporta, né più né meno.
Il discepolo si trova così collocato allo stesso livello dello schiavo, e il lavoro che compie non potrebbe procurargli alcun beneficio personale. Questo principio mette direttamente in discussione la concezione secondo cui le buone opere potrebbero assicurare la salvezza di una persona. Tutto ciò che il discepolo possiede proviene dalla grazia di Dio, che opera nei suoi discepoli il volere e l'agire (Filippesi 2.13). Non può dunque rivendicare alcuna posizione particolare, poiché tutti i talenti che esercita sono frutto di un dono di Dio (1 Corinzi 4.7).
Il padrone non deve dunque ringraziare il suo schiavo per il lavoro svolto (Luca 17.9), e la conclusione si impone: tutti i servi sono operai inutili. Questo termine significa che non hanno alcun merito particolare e non sono indispensabili. Non si tratta di un giudizio di valore, ma di una posizione spirituale che consiste nel riconoscere che l'obbedienza non conferisce alcun diritto su Dio. È un invito a un'umiltà radicale.
Se il Messia Gesù appare severo in questo contesto, è perché in realtà desidera premunire i suoi discepoli contro l'orgoglio legato al dovere compiuto. Li chiama ad adottare un atteggiamento di gratitudine, e non di rivendicazione. Come ricorda Paolo: