La lettura di Atti 6.8-15 dà l’impressione di una successione estremamente rapida degli eventi. I miracoli compiuti da Stefano, le controversie con i suoi avversari, la subornazione di falsi testimoni, l’agitazione popolare, il suo arresto e la sua comparizione davanti al sembrano svolgersi senza interruzione. A differenza degli apostoli in occasione dei loro precedenti arresti (Atti 4.3; Atti 5.18), non viene menzionata alcuna detenzione preliminare e i falsi testimoni sembrano già pronti quando l’accusato viene presentato davanti al consiglio.
Tuttavia, nulla obbliga a pensare che tutti questi eventi si siano svolti nell’arco di un solo giorno. Luca non pretende di riferire tutti i dettagli dei fatti che racconta e riconosce egli stesso di aver compiuto un lavoro di ricerca e di selezione (Luca 1.1-4). Il suo racconto presenta di frequente sommari che condensano più giorni, o addirittura più settimane, in pochi versetti. È dunque possibile che le controversie tra Stefano e i membri delle della diaspora siano state numerose e ripetute prima che i suoi avversari decidessero di ricorrere a mezzi più radicali.
L’opposizione sembra del resto essere stata accuratamente preparata. Dopo aver constatato la propria incapacità di resistere «alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava» (Atti 6.10), gli avversari di Stefano cambiano strategia. Reclutano falsi testimoni (Atti 6.11,13), sollevano il popolo, gli anziani e gli scribi (Atti 6.12) e conducono infine il loro prigioniero davanti al . La presenza immediata dei testimoni e la rapidità della procedura suggeriscono un’azione concertata piuttosto che una reazione improvvisata.
Questa precipitazione può spiegarsi anche con il contesto generale dei primi capitoli degli Atti. Nonostante i ripetuti arresti degli apostoli (Atti 4.1-22; Atti 5.17-40), la Chiesa continua a crescere (Atti 2.41; Atti 4.4; Atti 5.14). Stefano appare ormai come una nuova figura influente, «pieno di grazia e di potenza» (Atti 6.8), capace di compiere miracoli e di confondere pubblicamente i suoi contraddittori. Le autorità religiose potevano temere che la sua influenza assumesse un’ampiezza paragonabile a quella degli apostoli.
L’assenza di un precedente imprigionamento non costituisce dunque una difficoltà insormontabile. I capi giudei potevano voler approfittare immediatamente dell’agitazione popolare e impedire che un indugio consentisse una mobilitazione a favore di Stefano. Essendo i falsi testimoni già presenti, una rapida comparizione davanti al consiglio era perfettamente ipotizzabile.
Conviene inoltre osservare che Luca probabilmente non descrive qui un processo concluso, ma piuttosto l’apertura di un procedimento giudiziario. Nulla in Atti 6.12-15 lascia supporre che una condanna a morte fosse già stata decisa. Dopo aver già fatto arrestare gli apostoli e averli infine rilasciati dopo averli fatti flagellare (Atti 5.40), le autorità religiose potevano sperare di ridurre al silenzio questo nuovo predicatore senza arrivare alla sua esecuzione.
La seduta del poteva avere lo scopo di ascoltare l’accusato, di esaminare le accuse mosse contro di lui o persino di ottenere una ritrattazione. È solo nel corso del lungo discorso del capitolo 7 che Stefano passa progressivamente dalla difesa all’accusa. Dopo aver ripercorso la storia d’Israele, si rivolge direttamente ai suoi giudici: «Gente di dura cervice, incirconcisi di cuore e di orecchi! Voi resistete sempre allo Spirito Santo» (Atti 7.51). Li accusa poi di aver tradito e ucciso il Giusto (Atti 7.52) prima di affermare di contemplare il Figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio (Atti 7.55-56).
Queste dichiarazioni sembrano provocare la rottura definitiva. Luca non riferisce né una deliberazione ufficiale né una sentenza pronunciata dal . Descrive invece un’esplosione di collera collettiva: «Gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui» (Atti 7.57). L’uccisione che ne segue presenta più le caratteristiche di un linciaggio popolare, tollerato o incoraggiato dalle autorità religiose, che quelle di un’esecuzione risultante da una procedura giudiziaria regolare.
Questa assenza di un verdetto ufficiale costituisce d’altronde una differenza importante rispetto al processo di Gesù. Potrebbe indicare che la morte di Stefano non facesse necessariamente parte del progetto iniziale delle autorità. L’udienza davanti al sarebbe allora progressivamente degenerata per effetto della violenza delle accuse reciproche e dell’esaltazione religiosa dell’assemblea.
Il parallelo con il processo di Gesù appare nondimeno particolarmente sorprendente. In entrambi i casi, le autorità religiose si trovano di fronte a un uomo che sono incapaci di confutare pubblicamente. In entrambi i casi, ricorrono a falsi testimoni (Marco 14.55-59; Atti 6.13). In entrambi i casi, le accuse riguardano il Tempio (Marco 14.58; Atti 6.14). Infine, in entrambi i casi, l’accusato dimostra una sorprendente serenità. Il volto di Stefano appare persino ai membri del «come il volto di un angelo» (Atti 6.15), richiamando la dignità e la calma manifestate da Gesù davanti ai suoi accusatori.
Luca sembra aver organizzato volontariamente il suo racconto in modo da mostrare che Stefano cammina sulle orme del suo Maestro. Come Gesù, è vittima di falsa testimonianza, compare davanti al , rimette il suo spirito nelle mani del Signore e prega per i suoi carnefici (Luca 23.34,46; Atti 7.59-60). Il primo martire cristiano appare così come il fedele imitatore di Cristo.
Infine, merita di essere sottolineata la precisione con cui Luca menziona i Giudei originari della Cilicia (Atti 6.9). Ora, la Cilicia era la regione natale di Saulo di Tarso (Atti 21.39), il quale compare esplicitamente durante la di Stefano (Atti 7.58) e riconoscerà più tardi di aver perseguitato i primi discepoli (Atti 22.4-5; Atti 26.9-11; Galati 1.13). I legami stretti che unirono più tardi Paolo e Luca, compagno di viaggio dell’apostolo per molti anni (Atti 16.10-17; Atti 20.5-15), insieme alle testimonianze di Paolo stesso sul suo passato (Filippesi 3.6), rendono del tutto ipotizzabile che alcune informazioni relative agli eventi dei capitoli 6 e 7 siano state trasmesse direttamente a Luca dall’antico persecutore. Una simile ipotesi non può essere dimostrata con certezza, ma spiegherebbe la precisione di alcuni dettagli e il posto particolare riservato a Saulo nel racconto.
Così, l’impressione di rapidità che emerge da Atti 6.8-15 deriva probabilmente meno da un’effettiva assenza di intervalli che dalla scelta letteraria di Luca. Egli concentra il suo racconto sugli elementi essenziali per mostrare il progressivo crescere dell’opposizione, la continuità tra Gesù e il suo primo martire, nonché la svolta decisiva che la morte di Stefano rappresenta nella storia della Chiesa. Infatti, la persecuzione che seguirà provocherà la dispersione dei credenti e favorirà la diffusione del Vangelo oltre Gerusalemme (Atti 8.1-4), aprendo così una nuova tappa nel compimento del programma missionario annunciato da Gesù (Atti 1.8).