L'odio che si scatena contro Stefano in Atti 6.8-15 e Atti 7 può sorprendere, soprattutto se si confronta la sua sorte con quella degli apostoli, che fino ad allora erano stati imprigionati e flagellati, ma non giustiziati. Diverse ragioni storiche, religiose e teologiche permettono di spiegarlo.
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Stefano si rivolge probabilmente ai giudei ellenisti
Luca precisa che Stefano discute con i membri della detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini, della Cilicia e dell'Asia (Atti 6.9). Questi giudei della diaspora erano spesso profondamente legati al Tempio e alle tradizioni dei loro padri. Avevano scelto di vivere a Gerusalemme o di tornarvi proprio per essere il più vicino possibile al santuario.
Paradossalmente, il loro attaccamento al Tempio poteva essere ancora più forte di quello di certi giudei palestinesi.
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Stefano sembra spingersi oltre i Dodici
Pietro e gli altri apostoli annunciavano anzitutto che Gesù era il Messia risorto. Stefano, senza rinnegare questa predicazione, insiste maggiormente sul carattere provvisorio del Tempio e sui limiti delle istituzioni giudaiche.
Cita in particolare:
«L'Altissimo non abita in edifici fatti da mano d'uomo» (Atti 7.48).
Questa affermazione poteva essere percepita come un attacco diretto contro il Tempio stesso.
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Il ricordo del processo di Gesù
Le accuse rivolte a Stefano ricordano stranamente quelle formulate contro Gesù:
- «Quest'uomo non cessa di proferire parole contro questo luogo santo e contro la Legge» (Atti 6.13).
- «Gli abbiamo sentito dire che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo» (Atti 6.14).
Come nel processo di Gesù (Matteo 26.59-61), vengono prodotti dei testimoni e alcune parole sono deformate o tolte dal loro contesto.
Stefano appare così come un discepolo che segue il suo Maestro fin nelle circostanze del suo giudizio.
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Il suo discorso è particolarmente accusatore
Nel suo lungo discorso (Atti 7.2-53), Stefano ripercorre la storia d'Israele e accusa i suoi ascoltatori di ripetere le colpe dei loro antenati:
«Gente di dura cervice e incirconcisa di cuore e di orecchie! Voi resistete sempre allo Spirito Santo» (Atti 7.51).
Poi aggiunge:
«Voi avete tradito e ucciso il Giusto» (Atti 7.52).
Questa accusa diretta provoca una reazione di furore:
«Si rodevano di rabbia nei loro cuori e digrignavano i denti contro di lui» (Atti 7.54).
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Stefano è pieno di Spirito e irresistibile nelle sue argomentazioni
Luca sottolinea:
«Non potevano resistere alla sapienza e allo Spirito con cui parlava» (Atti 6.10).
L'incapacità di confutare le sue argomentazioni spinge i suoi avversari a ricorrere a falsi testimoni (Atti 6.11-13), come era già avvenuto per Gesù.
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La sua origine ellenista può avere aggravato le cose
Stefano portava un nome greco e apparteneva probabilmente egli stesso al gruppo degli ellenisti. Vedere un uomo proveniente dal loro stesso ambiente mettere in discussione la loro concezione del Tempio e della Legge poteva essere percepito come un tradimento particolarmente intollerabile.
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La visione finale provoca l'esplosione
Quando Stefano dichiara:
«Vedo i cieli aperti, e il Figlio dell'uomo in piedi alla destra di Dio» (Atti 7.56),
i suoi ascoltatori vi vedono una bestemmia. Applicando a Gesù glorificato la visione di Daniele 7.13-14, Stefano afferma implicitamente che colui che i capi hanno condannato siede ormai accanto a Dio.
È probabilmente questa dichiarazione a scatenare il linciaggio.
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Stefano era un bersaglio più facile degli apostoli
I Dodici godevano allora di grandissima popolarità presso il popolo. Le autorità avevano già rinunciato a usare la forza contro di loro per timore di provocare una sommossa (Atti 5.26). Stefano, benché investito di un ministero importante, probabilmente non possedeva la stessa notorietà. La sua attività si svolgeva principalmente tra i giudei ellenisti di Gerusalemme (Atti 6.9). Facendolo condannare, i capi giudei colpivano uno dei rappresentanti più brillanti della Chiesa nascente e rivolgevano un avvertimento a tutta la comunità cristiana, senza correre il rischio politico che avrebbe rappresentato l'esecuzione degli apostoli. L'osservazione di Luca secondo cui gli apostoli rimasero a Gerusalemme durante la persecuzione (Atti 8.1) potrebbe confermare che godevano ancora di una certa protezione legata alla loro popolarità presso il popolo.
Questa ipotesi si accorda abbastanza bene con la strategia abitualmente adottata dalle autorità religiose nei Vangeli: spesso cercano di eliminare un capo o un portavoce quando le circostanze politiche lo permettono, evitando per quanto possibile una reazione popolare (Matteo 26.3-5; Marco 14.1-2). Così, la morte di Stefano potrebbe avere avuto un valore esemplare: costituiva al tempo stesso un castigo inflitto a un predicatore particolarmente influente e un messaggio rivolto a tutta la Chiesa nascente.
Conclusione
L'odio contro Stefano si spiega con la convergenza di diversi fattori: il suo ministero presso i ellenisti, il suo insegnamento sul Tempio, la veemenza della sua accusa contro i dirigenti giudei e, infine, la sua testimonianza sulla gloria del Cristo risorto. In realtà, Stefano subisce lo stesso rifiuto del suo Maestro. Il suo martirio segna una tappa decisiva negli Atti, perché inaugura la grande persecuzione che condurrà alla dispersione dei credenti e all'espansione del Vangelo al di là di Gerusalemme (Atti 8.1-4).
Si potrebbe quasi dire che con Stefano l'opposizione al cristianesimo cessa di essere diretta principalmente contro gli apostoli per estendersi ormai a tutta la Chiesa.