Uno dei primi tentativi scientifici di spiegare la stella di Betlemme risale agli studi di Johannes Kepler all’inizio del XVII secolo. Nel 1604, Keplero osservò una congiunzione di pianeti seguita dalla comparsa di una nova, il che lo portò a proporre un’ipotesi analoga per l’epoca della nascita di Gesù.
Keplero suggerì che la stella di Betlemme potesse corrispondere a una tripla congiunzione di Giove e Saturno avvenuta nel 7 a.C., nella costellazione dei Pesci. Nell’astrologia antica, Giove era spesso associato alla regalità, mentre Saturno poteva essere legato al popolo ebraico. Questa configurazione avrebbe dunque potuto essere interpretata come l’annuncio della nascita di un re in Israele.
Keplero riteneva inoltre possibile che questa congiunzione fosse accompagnata da un fenomeno transitorio, come una nova, che ne accrescesse la visibilità. Sebbene questa seconda ipotesi non sia confermata da fonti storiche esplicite, essa testimonia un tentativo di collegare l’osservazione astronomica e l’interpretazione storica.
L’interesse della proposta di Keplero risiede nel suo metodo: egli non postula né una pura costruzione simbolica né un miracolo arbitrario, ma cerca di individuare un fenomeno naturale che possa essere stato interpretato in un determinato quadro culturale. Tuttavia, questa ipotesi presenta alcuni limiti, in particolare a causa dello scarto cronologico rispetto a una nascita collocata intorno al 2 a.C., nonché del fatto che le congiunzioni planetarie non producono visivamente una «stella singola» abbastanza notevole da corrispondere direttamente al racconto di Matteo.
Nonostante queste riserve, gli studi di Keplero hanno aperto la strada a un approccio scientifico alla questione e continuano a influenzare le ricerche contemporanee sulla stella di Betlemme.